Shana (Eva Huault), una giovane donna sfrontata e impulsiva, francese di origini ebraiche e arabe, vive a Parigi affronta le difficoltà e le avversità della vita quotidiana con esuberanza, diciamo così, anche grazie al sostegno del suo gruppo di amici. Quando muore la nonna marocchina, la giovane eredita un anello a forma di uccello che dovrebbe proteggerla dal malocchio. Shana ha proprio bisogno di questo aiuto, soprattutto ora che il suo compagno Moses (Sékouba Doucouré), con cui ha una relazione tossica, è uscito di prigione e le disgrazie si accumulano.

Nel suo lungometraggio d’esordio presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festivan di Cannes, la regista e sceneggiatrice Lina Pinell vorrebbe essere provocatoria nell’addentrarsi in un’indagine sulle sfaccettature di una giovane donna confusa ed emotivamente vulnerabile, che non riesce a fare a meno di cedere ai suoi peggiori impulsi. Sobrio e cupo allo stesso tempo, la Shana della Pinnell inquadra volutamente la storia sullo sfondo delle prove bibliche di Mosè, qui rielaborate in chiave moderna e simbolica. Tutto ovviamente nasconde un lato del carattere della protagonista, fa parte di una lotta che sta combattendo per non crollare, che a poco a poco viene svelato.
Ma è un film dai toni più sgangherati che genuini, e il kitsch che accompagna gli eccessi della protagonista è scontroso, irritante. Per quanto si possano comprendere le intenzioni della regista, cioè sfruttare gli eccessi di situazioni al limite e leggerle in chiave tragicomica per parlare del difficile passaggio all’età adulta, la frustrazione per l’antipatia della protagonista non passa.