Presentato alla Settimana della Critica, diretto da Sara Ishaq, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Nadia Eliewat, The Station è un toccante film femminista, e politico su sfondo sociale che racconta il ruolo delle donne nella società yemenita.
Layal (Manal Al-Mulaiki) gestisce una stazione di servizio dove vivono solo donne, nello Yemen, un rifugio sicuro in un paese dilaniato dalla guerra.
Lì, le regole sono semplici: niente uomini, niente armi, niente politica. Quando il fratello minore di Layal, Laith (Rashad Khaled), un ragazzo di quasi dodici anni, rischia di essere chiamato alle armi, lei si rivolge alla sorella Shams (Abeer Mohammed), con cui non ha più rapporti da tempo, per salvare l’unica vita che ancora possono salvare.

La regista Sara Ishaq, yemenita-scozzese, al suo debutto nel lungometraggio di fiction dopo il cortometraggio Karama Has No Walls (2012) e il documentario The Mulberry House (2013), racchiude la sua storia in una zona sicura, circoscritta: una stazione di servizio; la guerra è oltre la recinzione, ma è presente nell’assenza degli uomini che sono in guerra, la si percepisce nelle donne di questa storia che hanno perso un marito, un fratello, un figlio. Ma sono libere. In questa oasi, le donne hanno trovato il loro essere comunità unendosi, generose e resistenti: “Mentre gli uomini scompaiono sui campi di battaglia, le donne restano a tenere unita la società”. L’originalità di questa storia è il ritmo scelto della regista. Sembra una favola, la trama in sé, ma il tono serrato del thriller, metafora del regime di restrizioni in cui le donne devono vivere in base ai dettami della società imposta, rende The Station avvincente tanto da tenere lo spettatore con il fiato sospeso.