Film d’apertura della VIa edizione di Biennale College, Yuva del turco Emre Yeksan è una favola ecologica dalle sfumature mistiche e psicotrope che affronta un tema antichissimo – il recupero della comunione primitiva con la natura – adombrando la possibilità, tutt’altro che remota, di un’umanità che da predatrice è diventata preda di se stessa.
Con la sola compagnia della cagna Maya, Veysel – Kutay Sandıkçı – vive alla stregua di un animale aggirandosi per il bosco di proprietà della sua famiglia. A interrompere l’idillio arriva il fratello Hasan – Eray Cezayirlioğlu –, che lo convince a seguirlo in città per scampare al disboscamento che alcuni militari intendono mettere in atto. La sera prima della partenza però Veysel scompare, con Hasan costretto a rintracciarlo prima che siano le milizie a farlo.

Premesse semplici ma suggestive quelle da cui parte Yeksan, esattamente come la location di questa sua opera seconda. Girato nel Nord-Est della Turchia tra monti, torrenti e foreste – con tutte le difficoltà tecniche che girare in un simile scenario comporta –, il film parte contrapponendo Veysel e il suo habitat al mondo degli uomini – ovvero ai prepotenti in giubbotto e fucile che lo tengono d’occhio – salvo poi smorzare subito quest’antitesi un po’ scontata: uno di quei cittadini ben vestiti infatti è suo fratello, col quale mantiene un legame sincero al di là di quello di sangue. Sorta di Tarzan o Mowgli per vocazione, Veysel non è regredito allo stato ferino: parla fluentemente, si serve di luce elettrice e verso la tecnologia – si pensi a quando Hasan gli scatta delle foto da mandare al figlio – non è insofferente ma indifferente.
In quanto essere umano a pieno titolo, la sua scelta di vita eremitica, che in un primo momento ci sembrava avallata in partenza, non è quindi esente da critiche: mancando al funerale della madre ed evitando il contatto con altri parenti all’infuori di Hasan, è venuto meno alle sue responsabilità di uomo. E poiché il buonsenso non gli manca, la sua conversione, con tanto di rasatura di barba e capelli e di promessa di tornare in città, non coglie di sorpresa ma è anzi perfettamente plausibile.
Qualcosa però lo richiama all’esterno: la forza della natura lo attrae a sé ed esercita su di lui lo stesso ascendente di una droga che, una volta provata, non è più possibile sostituire. Lo stesso sembra pensare inconsciamente Hasan, che nel suo sogno allucinato lo vede accoppiarsi con quella che pare ora una donna, ora una creatura silvana. L’occhio della cinepresa diventa l’occhio della natura e accompagna, tenendosi a debita distanza, il fratello minore nella ricerca del maggiore scomparso. Ma come una sorta di Nulla che avanza, una strana nebbia penetra a poco a poco nel bosco, portando con sé elicotteri, uomini armati e altri soggetti poco graditi all’ecosistema.

Paradossalmente, il collasso della realtà nel suo insieme rivela lo scopo particolare del peregrinare di Hasan: il viaggio alla scoperta di sé altro non è che un viaggio verso la morte, sullo sfondo di un inferno verde che dovrebbe rappresentare l’apoteosi della vita in questo mondo. Attraverso sovrimpressioni, dissolvenze ed ellissi, una banale vicenda di scontro tra individuo e autorità si tramuta in discesa all’Ade, rinnovandone l’iconografia e stravolgendola rendendone parte integrante quegli elementi – acqua, vegetazione, fauna – che solitamente si associano alla rinascita.
La precarietà che minaccia i suoi protagonisti, sembra volerci dire il Yeksan, è la stessa che incombe sulla Turchia odierna, dove l’introspezione non può conciliarsi con la libertà, minacciata da chi, con l’ausilio di un solo, letale strumento, può stravolgere l’ordine delle cose.
Riconfermando la visionarietà caratterstica della sezione, Yuva è senz’altro una partenza in quarta, nonostante il suo lento, sfaccettato meccanismo associativo.






