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Venezia 65. - Concorso "Akires to kame (Achilles and the Tortoise)" di Takeshi KitanoLa conclusione della trilogia della distruzionedi Nicola Cupperi
Machisu (il corrispondente di Matisse nella scrittura giapponese) è un bambino di ottima famiglia con l’hobby per la pittura. Quanto un amico del padre, un pittore famoso e affermato, lo elogia per il suo talento e lo sprona a insistere con la pittura, il piccolo Machisu non si tira certo indietro. Comincia a disegnare a spron battuto, in ogni possibile occasione e persino quando proprio non sarebbe possibile. La vita procede serena in questo modo fintanto che il padre, industriale e banchiere, nel giro di pochissimo tempo si ritrova in bancarotta; non reggendo il colpo, il padre di Machisu si suicida.
Rimasto praticamente orfano, il bimbo viene lasciato a casa degli zii, poveri e risentiti nei confronti del padre; già di per sè poco accetto nella nuova famiglia, Machisu contribuisce al clima di tensione continuando a coltivare in modo sproporzionato ed eccessivo la sua passione. Arrivati al limite, gli zii lo affidano a un orfanotrofio. Machisu, ora cresciuto, decide di avere i primi rapporti con l’arte istituzionalizzata, iscrivendosi a un’accademia. Per farlo dovrà anche adattarsi a lavorare in un’officina, ma non tutti i mali vengono per nuocere; lì, infatti, conoscerà Sachiko, la quale sembra essere l’unica a credere nel talento del ragazzo, che nel frattempo ha già cominciato a subire le prime umiliazioni a cui vengono sottoposti gli artisti emergenti. Ritroviamo anni dopo il nostro protagonista ormai in piena mezza età, e ancora con la maggior parte dei suoi dipinti rimasta invenduta; la fedele Sachiko è sempre al suo fianco, gli ha dato una figlia, gli procaccia i materiali necessari al suo lavoro e continua a incoraggiarlo indefessamente. La fissazione di Machisu ha raggiunto fatalmente i livelli di guardia, ormai non esiste nient’altro che non sia la pittura e il successo da raggiungere tramite essa; comportandosi in questo modo l’uomo perde, nell’ordine, prima la figlia adolescente che, vergognandosi dei genitori decide di andarsene di casa, quindi l’inseparabile Sachiko, giunta finalmente ai limiti della sopportazione. Sembra ormai giunto il momento, per Machisu, di sedersi a riflettere se effettivamente Achille potrà mai raggiungere la tartaruga, se vale la pena gettare un’esistenza intera tentando di confutare sulla propria pelle un paradosso. Riassunto delle puntate precedenti: nel 2005 Kitano Takeshi delizia dapprima Venezia, quindi il mondo intero con un film incredibilmente stratificato, metacinematografico e complesso: Takeshis’. Veniamo a sapere in seguito che si tratta del capitolo di apertura di una trilogia di pellicole che parleranno di arte e di spettacolo. Non viene menzionato, ma non ce n’era bisogno, che Kitano con questo terzetto si troverà per la prima volta nella sua carriera a riflettere a cielo aperto sulla sua arte, atteggiamento potenzialmente pericoloso. Segue, nel 2007, Kantoku Banzai!, insensata e geniale diagnosi filmica sul cervello del regista giapponese, a tutti gli effetti ormai andato in frantumi. Si conclude, oggi, in grande stile con Akire to Kame, Achille e la tartaruga. L’insostenibilità e l’impossibilità di riuscire, o ancor meglio tentare, di comprimere i ragionamenti necessari a sviscerare la poetica sguinzagliata da Kitano in questa pellicola in una breve recensione è financo frustrante. Uno dei registi contemporanei più osannati e in vista che si prende tre film e quattro anni della sua carriera per analizzarsi a fondo, distruggersi, analizzare i frammenti, ricomporsi nuovamente e ripartire crea una situazione quantomeno imbarazzante in fase di critica, per la complessità e la sensibilità degli argomenti di cui si andrà a trattare. Semplicisticamente possiamo affermare che Kitano ha certamente rotto gli indugi, fornendo una soluzione valida alla sua trilogia; valida nel senso che con molta probabilità scioglie l’empasse, l’ibernazione che il regista si era autoimposto. Lo si è detto molte volte, ma questo in particolare sembra il momento più adatto: il poliedrico artista di Tokyo può, se vorrà, se potrà, ricominciare a dirigere film per il suo pubblico, può trovare pace nella consapevolezza di avere portato a termine con successo e, soprattutto, con senso un viaggio difficoltoso e faticoso. E Akires to Kame è certamente un buon modo per scrivere la parola fine: un film bizzarro per Kitano, che per la prima volta scelte di utilizzare piani temporali differenti; un film ancora una volta a tratti autobiografico, a tratti tragico, a tratti indigeribile tanto è forte, a tratti (molti) assolutamente esilarante. Kitano, peraltro, sembra non essersi ancora stancato del giochetto, dal momento che fa muovere la macchina da presa come mai gli era successo prima, utilizzando escamotage mai presi in considerazione in precedenza e mostrando ancora una volta originalità anche in fase di montaggio. In sostanza si tratta di un film profondo, sentito, intelligente e soprattutto, come sempre è accaduto nella filmografia kitaniana, leale e trasparente. Si poteva chiedere di più? Titolo originale: Achilles to kame Nazione: Giappone Anno: 2008 Genere: Commedia Durata: 119’ Regia: Takeshi Kitano Cast: Takeshi Kitano, Nao Omori, Beat Takeshi, Kanako Higuchi, Yurei Yanagi, Kumiko Aso, Masatô Ibu, Kumiko Aso, Ren Osugi Produzione: Bandai Visual Company, Office Kitano, TV Asahi, Tokyo FM Broadcasting Co. Data di uscita: Venezia 2008
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