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"LO SPAZIO BIANCO" DI Valeria ParrellaLa vita sospesa davanti a un’incubatricedi Lucia Tonini Nulla sarà più come prima. Ci sarà uno scarto tra il prima e il dopo, un dislivello nella lettura della vita e delle cose, che solo uno spazio bianco può significare.
Maria ha 42 anni, fuma venti sigarette al giorno, non ha un compagno fisso e insegna italiano in una scuola serale di Napoli a stranieri e camionisti a cui serve un diploma per lavorare, quando si accorge di aspettare un figlio. Irene nasce, ma nasce tre mesi prima del tempo. Nasce o muore, non si sa, e per 40 giorni nascere e morire saranno per Maria sinonimi, che la lasciano in un limbo rarefatto, incapace di comprendere ciò che sta accadendo. Maria deve imparare a convivere con l’assenza di una figlia di cui non ha ancora sperimentato la presenza. Deve imparare a convivere con un enorme punto interrogativo: vivrà e, se vivrà, sarà sana, potrà camminare da sola, potrà vedere il mare di Napoli, potrà avere pensieri coscienti? "Lei lo sa? - chiede il ginecologo la sera in cui Maria viene ricoverata - la bambina nascerà sicuramente, ma potrebbe morire subito, o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?". Lei lo sa? E’ l’interrogativo che percorre tutto il romanzo e che ogni mattina alle 6 sveglia Maria. E ogni mattina Maria corregge la risposta a questa domanda angosciante che ammette solo l’attesa, nessun aiuto, nessuna statistica, nessuna certezza, solo aspettare, aspettare tra il pigolio dei monitor. "Ma io non sono buona ad aspettare, aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita". Un romanzo profondamente vero, colmo di rabbia, fatica, senso di colpa e un dolore sordo. E’ il primo romanzo della Parrella e nasce da un’esperienza vissuta (la scrittrice ha avuto un figlio prematuro, che adesso ha 20 mesi e sta bene) ma non cede mai a sentimentalismi. La protagonista, una donna forte, caduta come tante nell’equivoco di “bastarsi da sola”, si trova a dover affrontare un dramma a cui non era preparata e che nessuno l’aiuta a comprendere. La vita si interrompe, il corso normale delle cose si spezza e il tempo si dilata in un enorme spazio bianco. Un tempo/luogo in cui tutto è diverso e per il quale non esiste un sistema di codifica, nulla è più familiare e non ci sono coordinate riconoscibili. Non si può che andare avanti, stringere i denti e vivere in apnea, attaccandosi a orari e rituali per restare vivi. “Io non ero sua madre, non ero una madre, io ero un buco vuoto che ogni mattina prendeva una metropolitana per l’ospedale.” Sullo sfondo brulica la Napoli di Mosca più balena (premio Campiello opera prima 2003), la Napoli colorata, viva e disincantata che la Parrella ama. Come comparse vanno e vengono i colleghi, gli improbabili studenti che faticano ad entrare nei banchi e i quartieri caotici di una città che trascorre i suoi giorni, nonostante tutto. Maria invece rimane ferma, immobile, inchiodata in un corridoio di ospedale. Tra le righe si legge anche un’aspra denuncia contro un sistema sanitario a volte superficiale, scorretto e arrogante, contro uno stato che fa le leggi, fa i moduli del consenso informato, crudeli giochi retorici, ma che poi non è vicino ai pazienti quando ne hanno bisogno. I medici, mascherati dietro il cartellino, non informano, non spiegano e non fanno capire quali sono i rischi, le probabilità, i numeri. I medici lasciano piombare nel vuoto dell’ignoranza e dell’attesa i genitori, riempiendosi la bocca di parole come amore e speranza che con la medicina nulla hanno a che fare. La Parrella, nella vita, ha reagito, ha minacciato denunce, ha gridato, consapevole però della propria posizione privilegiata. Da Napoli è andata a Milano e Brescia, ha potuto utilizzare le tecnologie più avanzate e trovare gli ospedali dove le cose funzionano, “ma – dichiara con amarezza in un’intervista - una persona con meno mezzi non l’avrebbe fatto”. Non è un esercizio di stile, è storia vera, è un luogo dell’anima dove tutto è amplificato e al tempo stesso sfuocato come attraverso una lente, è un luogo che esiste ed è feroce, è un luogo tabù di cui non si parla. A volte nella vita capita. Si lascia un rigo in bianco e si ricomincia sotto. IL FILM:
Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Einaudi, 2008, pp.112, € 14,80.
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