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"Nel nome del padre" di Marco BellocchioIl Faust della ribellionedi Livia Bidoli Angelo Transeunti è un ragazzo ribelle che, approdando in un collegio gestito rigidamente dai preti, fagociterà la rivolta.
L’obiettivo si apre dentro un edificio vuoto, desolato, dove resti di vita si confondono tra le macerie. Un giovane col padre che litigano, il giovane, biondo, che risponde alle sberle colle sberle, ai calci con altri calci. Eccoci nel convitto: anni 1958-59, avverte il regista con la sovrimpressione, datando gli eventi. Il ragazzo biondo è finito in questo posto, diretto da preti, con preti insegnanti e convittori, i dipendenti poveri, chi senza un braccio, un altro infermo di mente, uno forse sano e così via. La prima protesta scatta di notte al suono del camapanello, richiamando l’attenzione dei preti sui bisogni più elementari: il ragazzo biondo, d’aspetto e corporatura di matrice teutonica, l’unico con la divisa bordeaux, chiede di andare al bagno e l’unico modo per farlo di notte è suonare il campanello, rinchiusi come sono i ragazzi nelle loro camerette simili a celle. Angelo Transeunti, è il ribelle che direttamente denuncia le regole senza senso del collegio, come quella di chiudere ogni ragazzo a chiave nella sua stanza la notte. E’ soltanto la punta dell’iceberg, perché la scena clou, è un’altra: scandalosamente autentica nel suo essere terribile. Siamo in una chiesa dove i ragazzi, tutti riuniti, ascoltano per lo più disgustati e a poco a poco terrorizzati, un sermone sul legame fra il sesso e la morte, fra il sesso e l’ignavia, fra il sesso e l’impudicizia. Uno dei ragazzi comincia a masturbarsi ed ha una visione: la Madonna col Sacro Cuore trafitto dai pugnali si anima e si dirige verso di lui per abbracciarlo. In questa sequenza dell’abbraccio si può riassumere tutto il film ed uno dei temi fondanti della filmografia di Bellocchio, intrisa di religione fin nelle pieghe più recondite. L’abbraccio della Vergine, come abbraccio della madre putativa, e non punitiva, finalmente, rappresenta la serenità dell’accettazione, dell’amore senza compromessi, incondizionato, Dall’altra osserviamo il prete nella sua ininterrotta omelia intento a sbraitare le sue parole di condanna mentre la Madre riacquista il suo posto sull’altare. La progressione verso il climax continua attraverso la recita del Faust di Christopher Marlowe, la versione in cui non si pente di aver venduto la sua anima al diavolo. Angelo Transeunti impersona un Faust grottesco e dal repertorio nazista. Il diavolo si nasconde sotto la pelliccia di un cane che, finita la recita, trascinerà Matematicus, il prete morbosamente ossessionato dalla morte, per tutto il collegio. Matematicus, che dorme in una bara è l’emblema della morte dell’umano, della vittoria della paura sull’azione, del completo annichilimento dell’uomo ai compromessi imperanti. L’anno della morte di Pio XII, Papa Pacelli, vede sbocciare la rivolta. La scelta di far trasportare Matematicus da un celebre animale psicopompo, il cane, che comunica e conduce nel regno dei morti, segna la fine di un’epoca: il prete torturato dai pensieri di morte e legato ad un passato che non esiste più è cancellato dalle ruspe che si abbattono sul collegio. La protesta dei dipendenti del collegio fallita perché accettano subito l’accordo offerto dai preti, facendo licenziare il giovane Salvatore (Lou Castel, Alessandro in “I pugni in tasca”), promotore della sommossa presagisce crudelmente il fallimento delle rivoluzioni operaie, disastrate anche dal mancato accordo tra operai-dipendenti e studenti (i figli dei ricchi nel film, i borghesi) che pagano la retta. Lo sradicamento dell’albero, pantomima del folclore e delle vecchie tradizioni, con la ragazza che guarda attonita mentre segano il fusto, replica ancora il volgere dei tempi ed il rifiuto, netto, di tutto il passato. Soggetto e sceneggiatura: Marco Bellocchio Interpreti: Yves Beneyton, Renato Scarpa, Piero Vida, Aldo Sassi, Ghigo Alberani, Christian Aligny, Laura Betti, Lou Castel, Livio Galassi, Marco Romizi, Edoardo Torricella Produzione: Vides Durata: 109’ Musiche: Nicola Piovani
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