Francia, fronte occidentale, 1917. Lo stallo tra l’esercito del Regno Unito e quello della Germania sembra giungere a una svolta. I tedeschi si ritirano, l’offensiva britannica è pronta. Ma la ritirata è strategica e i soldati della regina stanno per cadere in una drammatica imboscata. A meno che.

Il battaglione Devon (che dovrà effettuare l’attacco) dev’essere allertato, l’offensiva cancellata. Il solo modo per avvisarli è portare loro una lettera che arriva dalle retrovie, dove i generali hanno le prove dell’agguato tedesco. Sarà la consegna (o la mancata consegna) di quella comunicazione a determinare l’esito dello scontro.

Due soldati, una missione: tocca a Tom e Will superare la linea Hindenburg, addentrarsi nel territorio nemico e recapitare il messaggio. Se non riusciranno nell’impresa, 1600 loro commilitoni – tra i quali il fratello di Tom – saranno falcidiati. 

Una corsa contro il tempo. È questo 1917, il nuovo film di Sam Mendes ispirato ai racconti di guerra del nonno che, quella guerra, al fronte, l’ha vissuta veramente. Un conto alla rovescia teso e sporco, un countdown che sa di cordite e putrefazione, costellato di cadaveri e macerie. Almeno nella prima parte, quando i protagonisti si perdono tra le trincee, soffocano nei bunker, calpestano corpi dilaniati dalle bombe e annaspano tra ratti e fango. Un macabro labirinto di morte costruito da anni di guerra di logoramento al fronte che diventa vivido e disturbante monito per i protagonisti e per noi che seguiamo la loro storia nella Storia. Il campo di battaglia non è lo sfondo della rapida e rischiosissima odissea che attende Tom e Will, ma un folgorante manifesto di ciò che la guerra produce: una discarica di corpi e speranze. 

Girato come se seguissimo le vicende quasi in tempo reale, astutamente montato come se fosse un unico, compatto e claustrofobico piano sequenza, 1917 non lascia allo spettatore il tempo di riflettere, almeno non troppo. Perché c’è una missione da portare a termine, una via crucis da percorrere per provare a espiare le colpe di chi, la guerra, l’ha voluta. L’azione ci catapulta nella storia, la macchina da presa ci spinge a entrare nel film. Siamo noi Tom, siamo noi Will, impegnati a salvarci la pelle mentre cerchiamo di salvare quella dei nostri compagni. Ma il gioco di ruolo non sopravvive alla natura non interattiva del Cinema e così Mendes si affida al ritmo e a una narrazione compatta e serrata per garantire una disturbante immersione in (nel) 1917.

La “missione” del regista di Skyfall riesce fino a un certo punto, almeno finché un soffio di retorica del dolore e della sopravvivenza non riesce a far breccia nel racconto all’ultimo respiro di “24 ore senza tregua per compiere l’impresa”. In ogni caso, la natura episodica della narrazione era inevitabile per un road movie di guerra dove le strade sono lastricate di cadaveri, ma bisogna continuare a seguirle per raggiungere l’obiettivo. 

Mendes realizza un’istantanea dura e coinvolgente, classica e contemporanea allo stesso tempo, fotografata in maniera superba dal maestro della cinematografia Roger Deakins, avendo il merito di aver costruito un film pragmatico e solido senza debordare in incongruenti (con la natura del progetto) divagazioni intellettuali o contemplative.  

Se il messaggio pacifista di 1917 è chiaro, anche se un po’ schematico nei dialoghi asciutti sul valore delle onorificenze o sull’ipocrisia di evitare una massacro per avvallarne un altro poco dopo, le immagini parlano chiaro, e la sensazione “materica” degli elementi che caratterizzano la violenza della guerra, il terreno intriso di sangue, il cimitero diffuso tempestato di armi e corpi, non possono lasciare indifferenti.

In fondo, ancora una volta, gli ordini che arrivano dall’alto cambiano, ma le battaglie da combattere continuano a susseguirsi lasciandosi alle spalle sempre lo stesso risultato: un’altra tragica carneficina.