Concorso
Moshe vive da ventun’anni a New York. Era scappato de Gerusalemme sia per lo scarso successo che otteneva come scrittore, sia perchè una giovane polacca con cui era stato a letto le aveva confessato di essere rimasta incinta.
Moshe, spaventato, scappa il più lontano possibile. Giunto a New York, l’uomo tenta di arrabattarsi con molti lavoretti di poco conto, qualche truffa e l’aiuto della comunità ebraica della grande mela, in attesa di fare il colpaccio e avere finalmente successo; ma dopo 21 anni Moshe si ritrova ancora a vendere sulle bancarelle foto di famosi rabbini con autografi finti fatti da lui, e a dover supplicare per posticipare il pagamento dell’affitto. Finchè un giorno arriva, inaspettata, la telefonata del figlio, Tzach, che annuncia la morte della madre. Tzach è un bel giovane, arruolato nell’esercito israeliano come cecchino, e che ancora si porta dietro turbe mentali dovute all’assenza del padre. Quando scopre fra gli incartamenti della madre deceduta l’effettiva esistenza di un padre, oltre al suo nome e alla sua ubicazione, la sua rabbia, sempre più o meno sopita, esplode. Viene cacciato dall’esercito e così, privato dell’unica cosa a cui si fosse veramente dedicato, decide di raggiungere New York per vedere il padre, e per avere risposte o vendetta.
Amos Kollek è famoso in Israele per il suo passato da scrittore e per il fatto che la sua firma apparisse negli editoriali di alcuni dei più famosi giornali di Israele. Vent’anni fa la decisione di passare dietro la macchina da presa; da allora qualche film, più di qualche lavoro televisivo, fino ad arrivare a questo Restless, in concorso all 58esima edizione del Festival di Berlino, con cui affronta, e neanche tanto indirettamente, ovvero senza troppa mediazione filmica, tra le altre cose, anche il problema dell’essere degli ebrei critici verso le proprie radici e il proprio paese.
Ovviamente il tema principale è il rapporto difficoltoso tra padre e figlio; tutto nasce, però, dall’indole artistica, bohemien, poco responsabile di Moshe. La stessa indole che gli permette di trovare il coraggio per esprimere, sul palco di un locale, le posizioni condivise anche da molti altri all’interno della comunità ebraica, che però preferiscono tacere piuttosto che rendere palese la loro critica nei confronti dello status quo. E così Moshe non si fa scrupoli nel criticare la guerra, il fondamentalismo, la crudeltà e l’ipocrisia; eppure, nella sua ultima lettura in pubblico, recita il suo amore per una patria e una gente a cui comunque appartiene fieramente.
Un film, quindi, dalla sceneggiatura solida, dai dialoghi potenti e pregni di significato e che tratteggia le fattezze di uno di quei personaggi che difficilmente ti scordi, uno di quei personaggi più grandi del film. La pellicola, infatti, ha grosse lacune nella messa in scena, alcune sviste di montaggio, e in generale una regia molto blanda e insipida; il personaggio di Moshe, invece, grazie all’ottima sceneggiatura e alla bella interpretazione di Moshe Ivgy, cresce di minuto in minuto, trasformandosi da perdente ubriacone a, finalmente, padre (uomo) responsabile e pronto a vivere.
Un film di Amos Kollek
Con Moshe Ivgy, Ran Danker, Karen Young, Phyllis Sommerville
Genere Drammatico
Colore 100 minuti
Produzione Israele, Germania, Canada, Francia, Belgio 2007.






