Fino a che punto la nostra beneficenza, il nostro piccolo aiuto quotidiano in qualità di europei comodi e privilegiati è animato da un sincero sostegno ai popoli sfortunati della terra, fino a che punto è invece solo un lavaggio di coscienze semi-automatico che ci aiuta a sentirci l’animo almeno parzialmente sollevato? O, ancor peggio, fino a che punto il nostro aiuto è in realtà una rotella mal oliata all’interno di un meccanismo di sfruttamento psicologico degli stessi profughi?
È questa una delle domande che pone il film della regista norvegese Nina Knag, esordiente sulla lunga distanza con questo solido e coinvolgente Don’t Call Me Mama, ma già da anni attiva in diversi rami della produzione audiovisiva, fra corti e serie per la TV. In una tranquilla e perfettina cittadina norvegese si incrociano da un lato l’alta borghesia locale da manuale, rappresentata in primo luogo dalla protagonista Eva, piacente ed elegante donna sulla cinquantina, moglie dell’infedele sindaco locale e in cerca di un modo per fargli pagare qualche scappatella di troppo, e dall’altro i poveri e derelitti del mondo, profughi provenienti da vari paesi del Medio Oriente e dell’Africa martoriati da bombardamenti occidentali e guerre civili, che invece sembrano essere “materiale pronto” per una bella operazione di lavaggio delle coscienze in “stile Lady Diana”.

Infatti, volenti o nolenti, i cittadini più in vista del luogo sono coinvolti in varie attività di sostegno, inserimento ed educazione dei migranti politici ed economici che si ritrovano catapultati nelle ridenti e geometricamente impeccabili villette e scuole della ricchissima Scandinavia, circondate da intatti panorami mozzafiato, quasi irreali nella loro bellezza intatta e non stuprata da guerre e violenza. La Knag riesce ad intessere una narrazione che dalla mera vicenda personale si eleva quasi inavvertitamente a metafora del rapporto fra il Nord ricco e il Sud tartassato del mondo: la agiata e un po’ viziata insegnante Eva ha bisogno di riempire le sue giornate, la sua coscienza di pigra rappresentante delle classi abbienti, e anche la propria fisicità trascurata da un marito mediamente fedifrago. Quale miglior occasione di riunire tutte queste problematiche se non un bellissimo adone probabilmente siriano, forse marocchino o giù di lì, asso pigliatutto inaspettato e inaspettatamente offerto dalla sorte (o dalla “malasorte” dei poveri profughi?) per rispondere alla domanda di pienezza che si contrappone al grigio vuoto quotidiano della borghese europea tipo?

La Knag costruisce ad ondate successive (con una buona sceneggiatura che solo qua e là presenta qualche semplificazione e forzatura) un asse cartesiano piuttosto fitto di rapporti intersecantisi, che sovrappongono e fanno dialogare diverse, opposte necessità esistenziali. Il povero, giovane, ma affascinante e talentuoso Amir ha bisogno di un sostegno ufficiale, di una sponda burocratica, di un elemento sbrogliatore della sua complessa e annosa vicenda di richiedente asilo; le istituzioni della comunità (Europea o meno che essa sia) hanno necessità di dimostrare pubblicamente una loro samaritana buona volontà ed una fattiva opera di accoglienza; una intellettuale media del Vecchio Continente, infine, richiede un nuovo catalizzatore di emozioni e stimoli fisici che la rimettano al centro dell’attenzione, che la rendano di nuovo “visibile”.

La regista non ha inventato l’acqua calda: al di là del topos della prevedibile fascinazione da parte dell’annoiata signora europea per l’esotico ed erotico giovane orientale (ammantato di sofferenza vera o immaginaria), la brava Nina ha condotto delle ricerche che hanno svelato diversi casi di reale fascinazione e complicità simili a quello raccontato nel suo film, avvenuti realmente in centri norvegesi per richiedenti asilo. L’avvicinamento pericoloso, paradossale, e in sostanza illegale fra i poli opposti dell’educatrice e dell’educando, il completamento vicendevole delle mancanze affettive e pratiche, l’attrazione fra poli opposti e lontani non sono certo una novità, nella realtà e sullo schermo. Ma il doppio fondo e doppio gioco incrociato della generosità interessata e dell’egoismo del privilegiato qui emerge in modo graduale e sorprendente, a disegnare una tavolozza di tristi ripicche e taglieggiamenti emotivi, piccoli trucchetti sessuali da parte del bisognoso, vendette vergognose da parte del(la) più forte. È un piccolo, miserabile in fondo, vortice di reciproche manipolazioni, quello che si dipana nel film, in cui non ci sono pure vittime, né angeli della salvezza.
Ottimo il lavoro di casting: coraggiosa l’interpretazione di un personaggio sostanzialmente viscido da parte di Pia Tjelta, confermato nella sua fisicità coinvolgente il giovane Tarek Zayat, già visto nello straordinario danese Shorta (passato alla Settimana della Critica nel 2020), ben orchestrato il gruppo dei comprimari di questa opulenta società nordica apparentemente fredda, ma in sostanza calorosamente egoista al suo interno, e “mediterraneamente” vendicativa e passionale nelle sue strategie quotidiane. L’alternanza fra totali di paesaggi abbacinanti, interni di alto design e camera a mano che segue da vicino le passioni dei protagonisti restituisce una varietà espressiva piuttosto ampia e funzionale. La Knag si presenta dunque come una autrice solida, capace di costruire adeguate tensioni e linee narrative conturbanti, oltre che di guidare il comparto visivo in modo saldo e inventivo, come dimostrano le numerose scene di intimità e contatto fisico, mai banali, anzi indispensabili per delineare l’evoluzione drammaturgica e psicologica, e per questo coadiuvate da una specifica “intimacy co-ordinator”.





















