Sergio Brossi, saggista e poeta veneto, triestino, cosmopolita, rompe il suo lungo silenzio ispirativo. Difatti sono trascorsi dal primo e unico libro di liriche “Nel buio delle notti”(1966) ben quarantuno anni. Da pochi giorni è apparso con i tipi di Franco Rosso Editore il suo poemetto “Alle porte del cielo”, basilare coronamento della sua esperienza letteraria.
Da un autore che vive le vicende del mondo da una angolazione cosmopolita non possiamo aspettarci ascendenti letterari domestici, ma solo quelli nati su sponde “di altrove”, quali quelle di cantori delle pampas sudamericane o quelle del geniale imaginismo dei ribelli anarcoidi della beat generation, alla Ginsberg o alla Suyder.
Brossi dall’aspetto pacifista monsignorile, un ribelle? Fantasiosamente, psicologicamente , si! Lo si scorge in questa dirompente confessione poetica in cui alterna strali drammatici, stilettate di fuoco a moduli soavi e musicali. Se la ride del mondo e delle sue ipocrisie, forte della sua esperienza esistenziale, lunga, provata, fruttuosamente germogliata nell’inventiva poetica e critica.
Brossi ci regala una sua rapsodia d’amore, una saga di ritratti femminili, ora flautata in silenzi di ambienti elegiaci ora gorgogliata tra fumi e alcol in bettole di angiporti lontani, blasonati da scritture di classici aedi. Autobiografismo fantasioso di un intellettuale attempato, ebbro di nostalgia e di fantastica creatività, in una esplosiva policromia di ricezioni culturali che, nell’apparente diacronia, suscitano dirompenti accelerazioni emotive , disegnando inquadrature ribollenti di efficace attualità.
E’ ribelle alle soperchierie del mondo assieme a una delle sue tratteggiate eroine : “ La mia ragazza non sa cos’è la prassi/ ma vota comunista/ con occhi vibranti di sdegni/ contro viltà e soperchieria….E’ così candida che accoglierebbe/ con un sonoro Shalom/ uno Sturmanfuhrer delle SS/ imbottito di panno turchino e odio/ …. Parla a stormo/ come una fanciullina della Roma immaginata da Shakespeare”.
Stanco di attorniarsi di guerre, esperite dall’invasione etiopica dell’infanzia, congiunge le mani assieme a Mohamed e all’israelita Ben : “Pregate, fratelli nemici/ Nemici fratelli pregate/…….buttiamo giù cappotti, zaini e tascapani/nell’armonia prestabilita/della perfezione dei sogni/della vacanza/e dell’infanzia.”
Apre le braccia, stanco di lottare contro i mulini a vento, all’unica ragazza “ che ha saputo accogliermi/di ritorno da Emmaus come un’entraineuse/lavandomi i piedi con Badedas …Lei indossa una lunga veste azzurra dai risvolti di seta nera/ simile a un personaggio canoro sbucato fuori da una favola.”
Ritorna , come Ulisse, alla sua giovinezza ( siamo nel finale del poemetto) ”Dimentico dal cuore ingrossato da affanni, dispiaceri e birra/scura/ come avesse vent’anni/e balzasse su una corda di violino tesa/saltando a tre a tre i gradini/delle scalinate di Cttavecchia./ Dalle porte del cielo/ non scenderà più la sorte oscura.”
Brossi nell’ultimo verso canta così : “Tu parli troppo di Dio e invece la terra ci aspetta”. Si insinua in noi il sospetto che tutto il poemetto sia proprio un atto di fede nell’umanità, visitata da un Dio che lenisce ogni tormento di amore e di pena.
Spirito libero, Sergio Brossi, come tale poemeggia. Libero da rima, metrica, da scansioni canoniche, ma libero soprattutto di scrivere per sé, indifferente, si direbbe, ad una prima lettura, a chi lo legge. Citando in apertura la poesia di Kavafis sulla filosofia del viaggio, però, già comincia a svelarsi. Il suo viaggio, dall’esordio poetico del 1966 è stato lungo, lungo e fruttuoso, ricco di eventi soprattutto interiori, di esperienze, di incontri, di incantamenti e disillusioni. Viaggio non solipsistico ma perfettamente immerso nella storia, quella minuta della cronaca e la grande Storia , attraverso una moltitudine di razze, personaggi eventi che hanno segnato l’ultima metà del secolo scorso. Ora, nell’avanzare del secondo millennio, Brossi si sente giunto ad un approdo e “ ricco dei tesori accumulati per strada”, intende farcene partecipi, pur restando sostanzialmente ermetico e di difficile decifrazione.
Nel suo impeto narrativo certe citazioni pubblicitarie, certe alterazioni della grafica, svelano forse il suo desiderio di dare risalto pittorico a certe sensazioni, lasciando alla fantasia del lettore, il compito di colorarle dandovi la forma che desidera. I versi rivelano sapienza culturale, scioltezza di citazioni, dominio sicuro del lessico. Un eccesso di ermetismo, un certo autocompiacimento nel narrarsi, nuocciono un poco a questo poemetto bello. Originale e per molti versi, commovente.






