Insomma: l’avranno già scritto tutti. Che Davide Enia è bravo, bravissimo, che si inserisce nel filone dei narratori vicini alla drammaturgia cosiddetta “civile”, che il suo è un teatro prevalentemente di parola, ma anche molto fisico, che è un palermitano purosangue – e in quanto tale scaldato dal dono dell’intensità solare. L’avranno scritto tutti che ha un’energia spiazzante almeno quanto la capacità poetica di combinare tra loro le parole, che è una cavalletta tutta pepe che salta e si muove in scena, fino a sudare. E infatti non siamo qui a ripeterlo estensivamente, cosa che comunque pur giova: tanto per inquadrare il personaggio a coloro che ancora non lo conoscono.
Chiarito dunque che ci troviamo di fronte ad uno degli autori e interpreti più interessanti che la scena italiana contemporanea possa offrire, passiamo allora ad analizzare lo spettacolo. Un Capitolo 2, per la precisione. Il che implica che ci sia stato un capitolo 1. Infatti. “Nel primo c’era la luce, in questo c’è il buio”, ci dice Enia nei camerini alla fine della replica de I capitoli dell’infanzia. Capitolo 2. Piccoli gesti inutili che salvano la vita, visto al Cineateatro Italia di Dolo (Venezia) all’interno della rassegna Paesaggio con Uomini di Echidna Cultura.
Un buio fatto di lavoro minorile nelle miniere, di padroni e servi, di grotte che piangono le lacrime della terra. In questa storia c’è Carmelo, il più grande cuoco di caponata al mondo; c’è la sua fidanzata Nina, dal nome di pioggia, Ni-na; c’è il fratello Corradino, con quattro dita per mano e gli occhi vuoti, che gli piace arrampicarsi sugli alberi secchi; c’è Bastiano dalle gambe veloci, che è cattivo perché rosso di capelli; c’è Totò, l’asino che porta da mangiare la caponata agli operai della miniera – ogni passo una preghiera. Per non scivolare.
Ci sono mille incroci di fiaba. Come quelle dei fratelli Grimm: leggiadre e paurose. Diverse da quelle dei fratelli Grimm: senza il lieto fine. Come tutte le fiabe: inventate. Un bambino che lavora in miniera crea nella sua mente un micromondo immaginario che sia vivibile, fatto di un’umanità sperata. E quando la miniera se li inghiotte, i bambini, la terra inizia a piangere le sue lacrime di acqua e sale. Così, dagli alberi secchi che tanto piacciono a Corradino, iniziano a spuntare i fiori. E, per inciso, in questo esatto momento dello spettacolo, la scenografia lascia tutti a bocca aperta.
C’è, in questo lavoro, molto Sud. È come se, nell’aria della drammaturgia meridionale contemporanea, si stia creando una corrente sinergica, come se una urgenza artistica ed esistenziale stia passando attraverso i condotti della scrittura teatrale del nostro meridione. Guardando Enia si ritrova la siciliana Emma Dante (e viceversa, ovviamente), per lo studio sulla fisicità (pensiamo a Gaetano Bruno ne Il Festino, ad esempio) e per lo sguardo rivolto ai figli di un dio minore di turno; si rispecchiano i Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, e in particolare Fabrizio Saccomanno, banalmente per le tematiche del lavoro in miniera (pensiamo a Via), più in profondità se riflettiamo sull’uso della lingua e del dialetto come veicolo d’identità. Si scorge la compagnia Armamaxa, pugliese, per l’energia carica di vitalità, per le tematiche sociali, per la bellezza della narrazione, per il parlato veloce, predominante. Insomma, un’intera produzione culturale si lega reciprocamente, per dritto o per rovescio, esplicitamente o meno, e va a costituire qualcosa di nuovo e di fortemente identificabile. Cosa sta circolando? Oppure, meglio ancora: sta circolando qualcosa?
Nel frattempo, stuzzicati da questo stimolo intellettuale, godiamo di spettacoli emozionanti come Piccoli gesti inutili che salvano la vita. Emozionante non solo perché drammaturgicamente ben costruito, recitato con intensità coinvolgente, con le parole che si trasformano in onomatopee e i gesti del corpo che esplodono in movimenti parossistici da ipnosi, per chi li guarda. Emozionanti, per buona parte, anche grazie alle musiche di scena, mai accessorie, composte e suonate dal vivo da Giulio Brocchieri e Rosario Punzo; solo percussioni e chitarre, ma un vortice di tragedia o lievità, di ritmo per la narrazione che si fa recitazione musicale, perché vi si incastra perfettamente, cresce, si allenta, decolla, si blocca all’improvviso al suono degli strumenti.
E la conclusione dello spettacolo, palco vuoto e fiori di morte sull’albero secco, si fa commovente e straziante al crescendo delle musiche, in una spirale di caos di toni maggiori, nello scroscio di applausi lunghi e ripetuti.
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Foto: © Tommaso Saccarola
























