Villa XXV Aprile onora il nome che porta e si fa palcoscenico della memoria: Mirano ricorda con uno spettacolo teatrale intelligente ed emozionante la sua storia partigiana. “Città Resistente” è un progetto ormai arrivato alla sua quarta edizione: ogni anno, con uno spettacolo diverso, si sono riunite le forze dell’associazione culturale miranese D’altrocanto per ricordare l’eccidio di sette partigiani avvenuto nella notte tra il 10 e l’11 dicembre 1944.
Si alternano in scena i ragazzi del laboratorio teatrale, di canto e di musica elettronica; si guardano le video installazioni proiettate sui muri e si ascolta il gran finale dell’Orchestra Resistente. La regia di Sandra Mangini, unica attrice professionista della compagnia, riesce a coordinare ed assemblare efficacemente la presenza di racconti canori, vocali, musicali, visivi. Il risultato è un lavoro che può definirsi “corale”, e che della sua coralità fa un punto di forza fondamentale: perché è proprio il senso di “essere comunità” quello che si vuole trasmettere al pubblico.
Raccontano infatti gli attori, con le bocche impastate del dialetto dei nostri vecchi, le storie di vita quotidiana durante la Resistenza. Per coinvolgere il pubblico, si mischiano tra le sedie di una improvvisata platea: non siamo a teatro, e quindi le stanze, i saloni, le scale della villa diventano ambienti della recitazione, in un viaggio itinerante tra i racconti e gli spazi. Gli attori si spostano, il pubblico li segue; salgono al piano superiore, e gli spettatori vengono invitati a fare altrettanto. Tutti insieme: la storia è “fatto di tutti”, non c’è gerarchia tra chi recita e chi ascolta.
Fatti quotidiani, si diceva: non l’eroismo del fronte, ma di coloro che rimanevano nelle case atterriti dai bombardamenti, e che aiutavano, ostinati, i partigiani del miranese e del mirese.
E allora i racconti, frutto di interviste ai protagonisti ormai anziani di quegli anni, si trasformano in testimonianza, in giacimento della memoria storica. Si ricordano le feste nei casolari, con il suono delle fisarmoniche che anestetizzava la paura per una sera; si ricordano i “messaggi speciali” di Radio Londra che “gera clandestina ma la sentivamo tutti”; si ricorda l’esplosione alla stazione di Marano, e il passaggio dei cacciabombardieri cui la gente affibbiò il nome“Pippo”. Si ricordano la povertà, l’angoscia dell’attesa di una lettera, il “raicio e formagea” che di nascosto si passavano ai partigiani; si ricordano quelli che sono diventati muti per lo scoppio di una bomba, ma soprattutto si ricordano coloro che, ragazzi all’epoca, decisero di lottare per la libertà e non più per il fascismo.
Si toccano i momenti più toccanti ascoltando le parole vivide di Vinicio Morini e Renzo Tonolo, due miranesi che spiegano con sorprendente lucidità, dati gli anni, la nascita della loro coscienza politica e gli inizi della loro lotta per la democrazia. E ci parlano di tipografie clandestine, di staffette, di Brigate Nere, di amici uccisi. I loro volti, dei primissimi piani in bianco e nero proiettati su un telo candido, colpiscono immediatamente con quelle mille rughe disegnate in faccia: e ci dicono la loro paura che questa storia venga dimenticata.
In un secondo momento dello spettacolo, infatti, le parole di quei testimoni (come Ortensia, Lola, Angelino e Delfino Baldan) sono completamente oscurate da una musica elettronica, una nenia moderna e costante, che ne impedisce la comprensione al pubblico; quasi a dirci: “Attenzione! Il mondo di oggi si sta dimenticando della nostra lotta!”. Poi, improvvisamente, i rumori elettronici finiscono, e arriva un messaggio chiaro, una coltellata: “Mi go un terrore. Noialtri gavemo da dirghe ala gente che i xè distratti, che i xè drio distrarli”.
Un’umanità enorme viene espressa in questo spettacolo; l’umanità di coloro che, muniti solo di un coraggio che in molti casi si sono dovuti inventare, portano nelle loro storie personali il seme di una storia più grande.
Non si può che concludere, allora, con l’ultima frase della canzone di chiusura: “E in mezzo alla nebbia ci scoprimmo commossi”.






