sabato, Luglio 25, 2026
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“FAVOLE” DI PAOLO POLI

Chiusura da "favole" per la stagione del Teatro Goldoni

A colloquio con Paolo Poli, teatrante di razza, che si ostina a proporre (con successo) spettacoli di rara intelligenza e raffinata realizzazione.

Per la chiusura della stagione al “Goldoni” dall’unione delle diverse professionalità di Paolo Poli, fine dicitore che si trova a suo agio su qualsiasi palcoscenico, e del maestro Antonio Ballista, qui al pianoforte ma che ha accumulato esperienze diversissime sul versante della sperimentazione in campo musicale, è uscito fuori “Favole” uno spettacolo decisamente inconsueto in grado di incantare con le magie della parola alternata alla grande musica di Ravel, Prokof’ev e Poulenc il pubblico lagunare.

Unici arredi sulla scena un pianoforte ed un lungo tavolo su cui nel corso dei due atti Paolo Poli avrebbe steso la sua mercanzia, ovvero deliziosi pupazzi e suppellettili disegnati dal uno dei più grandi scenografi italiani Lele Luzzatti cui è stato affidato il compito di animare le vicende raccontate con la consueta verve, in cui il candore di tanto in tanto si colora di perfidia, dal teatrante di razza toscano.

Anche se lo spettacolo rientra a pieno titolo, soprattutto per la scelta compiuta di animarlo con i pupazzi, nella tradizione del “teatro da camera” e avrebbe trovato collocazione adeguata in una sala più piccola per permettere al pubblico di godere a pieno del tutt’altro che secondario aspetto visivo, tuttavia Paolo Poli (che nonostante le sue 75 primavere sprizza energia da tutti i…pori) ha tenuto banco con le sue facezie, i sottintesi amari di cui colorava certi passi della narrazione delle favole, il sapiente uso di una voce che lui confessa “calante e chioccia” ma che a noi pare capace di eccezionali virtuosismi.
E Pollicino, Romeo e Giuletta, l’elefantino Babar si son presi nella serata il ruolo che ampiamente meritavano, tutt’altro che sacrificati dal protagonismo di Poli che si è ritagliato un suo specifico e caratteristico spazio nel contesto del teatro italiano in più di mezzo secolo di attività.

Quali le ragioni di questa scelta?
“Da scritturato mi offrivano parti e ruoli che non mi consentivano di esprimermi come avrei voluto in palcoscenico – ricorda Poli – E così a poco più di trent’anni mi decisi a fare il passo che un altro attore italiano, Renato Rascel, aveva compiuto qualche anno prima riuscendo, nonostante non avesse il fisico da protagonista a diventarlo”.

Da scritturato a capocomico e regista e autore di se stesso “Cominciai nel 1963 con il teatro dell’assurdo, facendo una riduzione da Adamov di storielle della “bella epoque”, con cui, fra l’altro, venni anche a Venezia in Calle Vallaresso in quel teatro del Ridotto, che fino alla chiusura (1993) ospitò per trent’anni i miei spettacoli nella città lagunare – prosegue, sempre sul filo della memoria , Poli – E, poi, sono andato avanti, così, per la mia strada affiancato da un gruppo di persone, sempre le stesse, che collaborano alla realizzazione dei miei spettacoli.
Per i testi Ida Omboni, per le scene Lele Luzzatti “Insomma siamo nel campo di un teatro di nicchia, espressione di un artigianato di elevatissima qualità, che ha sempre meno a che vedere con i gusti che la piovra televisiva cerca di conculcare nelle nuove generazioni.”

Anche Poli ha lavorato parecchio sino agli anni Settanta in radio e televisione. Ma era una televisione che attingeva a piene mani dalla professionalità del teatro di prosa, che costruiva spettacoli che voleva formare e far crescere un pubblico sulla falsariga di quanto accadeva per i frequentatori delle platee teatrali. “Certo oggi è tutto cambiato. Vedo poco teatro, le poche volte che vado al cinema avverto chiaramente che anche lì, come a teatro, le vicende narrate non costituiscono più come accadeva fino a qualche decennio fa spunti per discussioni anche animate. Non si dissente, più, insomma – sottolinea Poli – Diremmo che la televisione ha formato un pubblico portato più a subire che a reagire. Sono altrettanto, convinto, però che lo spettacolo non potrà mai morire, perché è connaturato alla natura umana, alla dimensione “politica” dell’uomo.”

In Jacques il fatalista, il suo ultimo spettacolo, la parola ha un grande rilievo.”Lì penso sia la fonte, Diderot, ma nel mio teatro ho sempre cercato di dare spazio a tutte quelle componenti che ritengo fondamentali per la riuscita di uno spettacolo, la musica, il movimento, i balletti, le scene e i costumi oltre ovviamente al testo, importante ma non determinante”.

FAVOLE – di Paolo Poli
musiche di Maurice Ravel
regia di Paolo Poli
con: Paolo Poli, pianoforte Antonio Ballista