venerdì, Luglio 31, 2026
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Hybris: il peccato di Enrico Frattaroli

La comprensibilità, questa sconosciuta

Nella Grecia Antica “peccare di hybris” era considerata una colpa terribile. Si macchiava di tale vergogna colui che commetteva un’azione malvagia non per trarne un utile di qualsivoglia natura, ma per puro piacere personale, derivato dal vedere umiliata la propria vittima.
Nella tragedia, questo peccato è stato trasposto e reso nelle varie trame con il gravissimo errore, compiuto da parte di uno o più personaggi, di commettere un’azione che violi le leggi divine. Colui che si lascia sopraffare dallo “hybris” è superbo, troppo pieno di sé, eccessivamente orgoglioso e sicuro delle proprie (pur mortali) capacità. E quasi come una maledizione indotta dagli stessi dèi, anche i discendenti del reo di hybris compiranno azioni malvagie.

L’ultimo in ordine di tempo a macchiarsi di questa colpa, è stato Enrico Frattaroli, regista e autore di una prima assoluta presentata sabato 9 luglio al Teatro San Ferdinando, in occasione del Napoli Teatro Festival, Uno spettacolo intitolato (manco a dirlo) “Hybris”, che aveva tutte le carte in regola per essere un’esperienza spettatoriale indimenticabile, e che si è invece trasformato nell’apoteosi dell’autoreferenzialità.
L’idea di partenza era più che affascinante: fingere (grazie all’incantesimo di cui solo il teatro è capace) che il pubblico in sala non fosse lì per assistere ad una perfomance live, bensì ad un’oloproiezione, una “registrazione tridimensionale” del passato, della rappresentazione di una tragedia greca, grazie ad un’invenzione appartenente ad un lontano futuro. Noi, spettatori presenti, “privilegiati”, di un dramma del passato, per l’ingegno dei nostri bis-bis-nipoti.

In particolare, lo spettacolo unisce due testi di Sofocle: l’ Edipo Re e l’ Edipo a Colono , rappresentati come atti consecutivi. Una voce fuoricampo in inglese introduce gli episodi, la sequenza dei versi messi in scena, e segnala quelli mancanti. Un velo – schermo è calato davanti al palco: vi compariranno in sovrimpressione le introduzioni (rigorosamente in greco) e gli spostamenti degli attori, segnati come fossero punti delle costellazioni. La distanza con la platea è molto accentuata, ma d’altronde noi siamo di un’altra epoca. La sensazione è quella di guardare una gigantesca tv combinata con una macchina del tempo.

Quando gli interpreti entrano in scena, basta vederli per comprendere il primo “attacco di superbia” di chi ha messo su lo spettacolo. La brochure di presentazione recita testuali parole: “i corpi velati da costumi-sculture di silicone opalescente”. Sinceramente, si sono viste sette figure nude, coperte da una sottospecie di tunica, realizzata con un materiale che ricorda molto quella plastica trasparente che noi comuni mortali siamo soliti sistemare sui mobili di casa quando decidiamo di imbiancare, per proteggerli dalle macchie.

Ma non è finita qui. L’apoteosi, oserei a questo punto dire il “climax dello hybris” di Frattaroli, si raggiunge ascoltando le (bellissime) voci degli interpreti: tutto lo spettacolo è completamente in greco antico, recitato metricamente (cioè secondo le regole della lettura sillabica tipica della tradizione orale, che modifica gli accenti della “lettura regolare”, e attribuisce ai versi cadenza, ritmo e musicalità).
Franco Mazzi, Anna Cianca, Galliano Mariani, Ivan Marcantoni, Giovanni Di Lonardo, Mariateresa Pascale e Viviana Mancini sono stati eccezionali. Il lavoro preparatorio a questo fatidico 9 luglio deve essere stato estenuante. Voci limpide, all’unisono, movimenti perfettamente sincronizzati: sono davvero uomini e donne d’altri tempi, appartenenti all’epoca di Sofocle.

Ma perché a noi non è dato di capire cosa si stanno dicendo? Perché esclusa la soluzione della sovratitolazione (obiettivamente avrebbe “stonato”) non è stato possibile creare e distribuire un libretto di sala? Noi poveri ignoranti seduti tra le poltrone (molti dei quali paganti) non chiedevamo una traduzione letterale rigo per rigo: ci saremmo accontentati di una sintesi degli episodi, dei nomi dei personaggi e dei rapporti esistenti fra di loro.

Siamo stati umiliati, trattati con supponenza e superbia. Non è possibile che esista ancora qualcuno che porti avanti un’idea di “valore e qualità culturale”come direttamente proporzionale al livello di incomprensibilità. La selezione era già stata fatta dagli spettatori, per questo spettacolo. Sapevamo che non avremmo trovato un comico da programma di massa, né un testo di tradizione napoletana, e la critica non è mirata alla conservazione e alla predilezione di questi stereotipi.
Pur conoscendo la storia di Edipo, pur sapendo come leggere il greco, lo spettacolo è stato incomprensibile. Non è stato altro che un atto messo in piedi per mettere lo spettatore in una condizione subalterna, alimentata dal caldo soffocante di un teatro che in piena estate non si preoccupa di far circolare un filo d’aria. Una platea di ventagli irrequieti, di facce deluse, di critiche esplicite.

Il teatro non lo fanno i registi e gli attori, lo fanno gli spettatori. Il teatro nasce per mettersi in gioco in mezzo alla gente, altrimenti è meglio restare tra le quattro mura della sala prove a crogiolarsi della propria bravura e condizione di incompreso.
E poco importa l’applauso finale (fatto per rispetto dei lavoratori del palco), o i complimenti a denti stretti. Fuori dal San Ferdinando, c’era solo la rabbia e la delusione di aver perso un caldo sabato sera napoletano per farsi insultare, e neanche gratuitamente.

HYBRIS
Teatro San Ferdinando, 9 e 10 luglio
di Enrico Frattaroli, da Oidipous tyrannos e Oidipous epi kolonoi di Sofocle