All’Auditorium Parco della Musica di Roma-Sala Petrassi va in scena “Il Coro di Mosca”, uno dei quattro spettacoli teatrali del Russkij Festival (3-31 dicembre 2004), diretto da uno dei maggiori esponenti del teatro russo: Lev Dodin, che ci offre uno spaccato vivido e interessantissimo della società post-staliniana, e una prova della maestria dell’arte dello spettacolo in Russia.
Nella stagione scorsa al Teatro Valle avevamo assistito ad uno Zio Vania eccezionale per eleganza e cura, ma per il festival russo di quest’anno il direttore del Maly (piccolo) Drama Theater – Theatre de l’Europe di San Pietroburgo, mette da parte il repertorio cecoviano (giunto alla quarta opera), per proporci uno spettacolo politico e sociale più vicino ai nostri giorni, tratto dall’omonimo romanzo di Ljudmila Petruševskaja, scrittrice che solo con l’inizio della perestrojka, alla metà degli anni ’80, ha ricevuto un meritato riconoscimento e una consona diffusione.
Questa riduzione del romanzo non “riduce” di certo la forza comunicativa dell’intensa descrizione di una famiglia allargata nel periodo del “disgelo” dopo il rapporto di Nikita Chruščev al Congresso del PCUS del 1956. Il sottile umorismo tragico del testo, assieme a tutti gli elementi della rappresentazione, mette in luce la critica ai crimini dello stalinismo e la difficile situazione di vita di un gruppo di persone ammassate in un piccolo appartamento; infatti non sono solo i problemi più immediati ad emergere, le sofferenze del passato scaturiscono continuamente dai racconti di quelli che in fin dei conti sono i componenti di una famiglia non molto diversa dalle nostre.
Il Coro di Mosca, composto dai vari protagonisti con l’aggiunta di alcuni personaggi minori, che in varie occasioni interviene sulla scena cantando Pergolesi, Bach e altri, eleva e arricchisce la carica emotiva dei racconti e delle situazioni che si vengono a creare; questi cantanti di svariate età, che si esercitano insieme al fine di essere selezionati per esibirsi all’estero, sono un po’ il simbolo del desiderio di aprirsi e avvicinarsi alle altre culture, che si ritrova anche nei personaggi più giovani.
Lo spazio del palcoscenico è limitato ad una complessa struttura centrale, che rende bene l’idea della coabitazione e richiama anche la disposizione di un coro per sua forma compatta. Alexej Poraj Košic fonde le varie stanze dell’appartamento l’una con l’altra senza mura a dividerle; al loro posto letti, tavoli, armadi di vario tipo e tutta quella serie di oggetti utili al quotidiano caratterizzano le varie parti della casa. Alle base di questa caotica, ma funzionale, struttura c’è la sala da pranzo in cui agiscono soprattutto i personaggi più anziani (su tutti la matrona Lika che quasi mai sale ai piani superiori), mentre più in alto troviamo carrozzina, studentesse e la maggior parte degli sconvolgimenti e litigi.
Questo sistema sembra quasi riflettere la stabilità e l’importanza della figura centrale nel racconto delle vicissitudini e dei mutamenti della famiglia che si allarga sempre più fin quasi a scoppiare nel finale. È la protagonista, Lika, a mantenere l’ordine, nonostante la sua fisionomia così gracile e l’abbigliamento leggero e “casalingo” diano un’impressione quasi opposta.
Quest’affresco di persone e dei loro percorsi non è facile da seguire, ma altri fattori contribuiscono alla coesione del movimento della rappresentazione: il ritmo e la recitazione tipici del teatro russo, assieme alla sonorità stessa della lingua, non si capisce in che modo, ma riescono a risultare incredibilmente realistici, veri e coinvolgenti in un altalenante andamento della tensione tra i personaggi e in un accendersi così impetuoso degli animi. Tutto sembra trascinato da una passionalità impossibile da concepire nella realtà, ma perfettamente logica ed efficace sulla scena ai nostri occhi ammaliati.
I costumi, stravaganti e in linea con l’apporto semantico della scenografia, sono azzeccati e seguono lo spirito che accomuna i vari personaggi, oltre a svolgere una funzione prettamente scenografica per quanto concerne il cambiamento temporale tra un atto e l’altro.
Uno spettacolo calibrato perfettamente, intenso e vivace che raramente abbiamo l’occasione di vedere: più o meno un paio di volte l’anno, quando le rassegne e i festival internazionali ci propongono i lavori di questo teatro così forte, in cui assieme a Dodin anche Piotr Fomenko occupa un posto di rilievo (conclude infatti il festival russo con Guerra e Pace-prima parte).
Nonostante il pubblico non occupasse nemmeno metà sala, almeno dieci minuti di applausi hanno giustamente elogiato la magnifica recitazione dell’instancabile (nonostante l’età avanzata) protagonista e tutta la messa in scena.
Lev Dodin, Maly Drama Theater – Theatre de l’Europe San Pietroburgo; Messa in scena di Igor Konjaev; Scenografia di Alexej Poraj Košic; Costumi di Irina Cvetkova; Arrangiamenti e direzione musicale di Michail Alexandrov; sopratitoli a cura di Prescott Studio, Firenze






