Come già annunciato, nella seconda metà di dicembre, i Jennifer Gentle suoneranno in giro per l’Italia in compagnia di Alberto e Luca Ferrari dei Verdena.
Noi di Nonsolocinema eravamo presenti nella data bolognese (20 dicembre) presso il Locomotiv Club.
Ad aprire l’evento, quando il locale è ancora semideserto, ci hanno pensato i Slumberwood: band padovana scelta volutamente dai Jennifer Gentle e, vista la mezzora d’esibizione, c’era pure da immaginarselo; da tenere sott’occhio.
Poco dopo le undici, la superband sale sul palco. Marco Fasolo (voce) scherza continuamente col pubblico e con tono pacato richiama all’attenzione il fonico che, onestamente, non è in serata.
Nonostante sul palco ci siano due componenti della band tra le più amate in Italia, gli occhi del pubblico, trecento circa (gli occhi non le persone) vengono attratti dalla bizzarra personalità di Fasolo. Tra un brano e l’altro, il silenzio attento del pubblico lascia spazio aperto alle parole e riflessioni dei membri della band. Scherzano, ridono e beffeggiano alcuni colleghi (emiliani). L’atmosfera è rilassata.
L’atteggiamento disteso della coppia Mos-Fasolo influisce nettamente sui fratelli Ferrari che, per chi non avesse mai visto i Verdena dal vivo, stanno solitamente in equilibrio tra l’estasi e una crisi di nervi e, di certo, non rilassati.
Lo spirito è quello di una jam tra amici che si conoscono a memoria. Basta qualche cenno per capirsi al volo, specialmente, e inevitabilmente, tra Alberto e Luca.
Al di là di questi dettagli, i Jennifer Gentle spaccano. Di brutto. Le influenze psichedeliche di Beatles e Beach Boys vengono a galla dopo pochi istanti (Universal Daughter) e lo stile con cui interpretano le canzoni è degno dell’etichetta discografica per cui suonano: Fasolo strilla con un filo di voce come il migliore Cobain (Mad House) mentre Liviano Mos (organo, sintetizzatore) costruisce ipnotiche melodie su poche note, conducendo l’ascoltatore da un luna park (Locoweed) a un trip di acidi (Nothin’ makes sense). Nel frattempo, Luca suona qualsiasi pezzo della batteria, pelli, cesti e viti comprese: essenziale e potente, niente di meglio.
La superband si “concede” un pezzo dei Verdena, la più jenniferiana di Requiem (Canos), e l’incantevole I’m so Tired dei Beatles (White Album). Il concerto finisce in un tripudio di esasperazioni: la batteria viene colpita a mani nude, Alberto s’attacca al basso con i denti mentre Fasolo, in ginocchio sul palco, stride la chitarra sull’amplificatore. Un caos perfetto.
In sostanza, nelle vene dei Jennifer Gentle scorre il fluido di Smile dei Beach Boys: solari, divertenti e infantili ma allo stesso tempo schizofrenici e malinconici: un modo di comporre che li rende unici nel panorama italiano attuale.





