Da martedì 7 a giovedì 9 aprile 2009 – Napoli, Nuovo Teatro Nuovo.
Nuovo Teatro Nuovo di Napoli in collaborazione con Festival Castel dei Mondi di Andria e PIM Spazio Scenico presenta:
Il sentiero dei passi pericolosi ‘una tragedia stradale’, di Michel Marc Bouchard – traduzione di Francesca Moccagatta
con: Andrea Capaldi, Andrea Manzalini, Silvio Laviano
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Dopo l’ampio consenso di critica e pubblico ottenuto nelle diverse tappe della tournèe italiana, ritorna al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli per sole tre repliche, da martedì 7 a giovedì 9 aprile 2009 alle ore 21.00, Il sentiero dei passi pericolosi. Una tragedia stradale, fra i testi più rappresentativi dell’autore quebecchese Michel Marc Bouchard, considerato dalla critica come un ‘erede’ di Jean Genet, nella regia di Tommaso Tuzzoli.
L’allestimento, che dal 19 al 24 maggio 2009 debutterà al Teatro Out Off di Milano, è prodotto dal Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, PIM Spazio Scenico di Milano, in collaborazione con il Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria e si avvale della presenza, in scena, di Andrea Capaldi, Andrea Manzalini, Silvio Laviano. Il disegno luci è a cura di Simone De Angelis, il suono di Franco Visioli.
La vicenda ha per protagonisti tre fratelli, Victor, Ambroise e Carl, che, in seguito ad un incidente stradale, si ritrovano bloccati nella stessa foresta in cui, quindici anni prima, le loro vite sono cambiate per sempre. In attesa dei soccorsi, i tre si trovano catapultati nell’inferno dei loro ricordi e tutto sembra procedere a ritroso nel loro passato, come a riunire le tessere di un puzzle.
Così il regista rispetto alla forza del linguaggio che caratterizza il testo: “Scontro/incontro; ogni battuta ha la forza e la velocità di un pugno dato allo stomaco. Un ritmo vertiginoso che rende gli attori pugili, capaci, con le parole, di schivare colpi con cinismo o incassare verità scomode, ma anche capaci, attraverso un nudo abbraccio, di sentire il respiro e gli affanni dei propri fratelli.
Una ripetizione che è tragedia, coro, per mezzo della poesia. Per poter vivere, farsi ascoltare, vomitando. Una sofferenza che ci rende estranei agli altri e a noi stessi”.
E’ un cammino verso le proprie responsabilità, ma anche un cammino verso l’estrema riconquista di una franchezza che quindici anni, passati a dimenticare, avevano ormai seppellito insieme al ricordo ingombrante del padre. Tre fratelli, una famiglia, ma soprattutto una lente d’ingrandimento per analizzare un modo di essere che appartiene a tutta la nostra società.
Non esporsi, fuggire lontano dalle proprie responsabilità o evitare di ascoltare una voce discordante dal coro, sono strategie che permettono di tenere una certa distanza gli uni dagli altri.
Il lavoro è costruito sul ritmo drammaturgico, sull’uso dello spazio e della fisicità. A tratti ciascun personaggio si rinchiude nel suo microcosmo di gesti, pensieri circolari, ricordi, per poi scontrarsi o fondersi con gli altri. Un vigoroso inno all’autenticità, che diventa invito a non scendere a compromessi.
Come un uomo, che correndo è attraversato dal proprio respiro che si trasforma in affanno e sente scorrere dentro la vita, così le immagini e il suono, impercettibili dall’inizio, riaffiorano, si trasformano, si ricompongono nitide, per svanire alla fine come un ricordo lontano, divenuto ormai unico elemento con lo spazio scenico e con il corpo d’attore.
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Note di regia
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese)
Un tempo assente, un incontro di tre fratelli da tempo lontani.
Credere di aver percorso luoghi.
Credere di conoscersi, conoscere e
credere che il passato possa svanire.
Dal risveglio di una memoria che diviene ossessione e ripetizione in forma di poesia giunge un padre/poeta/ubriacone che era meglio lasciar morire.
Una colpa che non svanisce e una lingua dura, violenta che non scende a compromessi.
Scontro/incontro; ogni battuta ha la forza e la velocità di un pugno dato allo stomaco.
Un ritmo vertiginoso che rende gli attori pugili, capaci con le parole di schivare colpi con cinismo o incassare verità scomode ma anche capaci attraverso un nudo abbraccio
di sentire il respiro e gli affanni dei propri fratelli.
Una ripetizione che è tragedia, coro per mezzo della poesia.
Per poter vivere, farsi ascoltare vomitando.
Una sofferenza che ci rende estranei agli altri e a noi stessi.
Attraversarsi, scavarsi dentro, spingersi fino alla soglia dei propri silenzi e così ridar vita ai ricordi alle immagini ai suoni, a volte lontani, a volte dimenticati, che ci compongono nel corpo e nei sentimenti.
A questo compito duro e violento il testo di M.M. Bouchard ci rimanda indiscutibilmente per ottenere verso se stessi e gli altri quella franchezza a cui ci siamo disabituati.
Una tragedia che vede il ricongiungimento di tre fratelli da anni lontani, il giorno del matrimonio del più piccolo che involontariamente coincide con quello della scomparsa del padre, avvenuta quindici anni prima.
Un luogo, la foresta, spettro del ricordo per queste vite bloccate.
Una spirale fatta di continui deja vù: ripercorrere freneticamente le proprie vite costruite negli anni sulla colpa, credendo di essere ancora vivi.
Il confronto con una simile materia drammaturgica ci ha spinti ad un duro lavoro d’improvvisazione che ha permesso agli attori di aprire lo sguardo sul proprio passato e da lì partire per la costruzione del proprio “sentiero”.
Lasciarsi dietro le proprie resistenze e consegnarsi totalmente alle parole e da lì al pubblico, nel momento in cui la luce illumina il corpo.
Corpi in continuo movimento che sudano, si abbracciano, si liberano, diventano con la luce sagome ed ombre.
Uno spazio riempito dalla presenza dei corpi, che per mezzo della luce si sospendono in un luogo sconosciuto, in bilico tra l’essere e il non essere.
Un’immagine in bianco e nero di un fiume che appare come da una memoria sfocata non del tutto decifrabile, un continuo movimento di acqua che vivendo sui corpi li tramuta in tele.
Modificare sempre la stessa immagine nella velocità, nella messa a fuoco, seguendo la potenza dialettica del testo che come una litania si ripete, modificando frasi nel tempo dei verbi o solo in alcune parole. La luce è memoria, gabbia di un passato, trapasso o forse nuova nascita. Essere colpiti da quella luce che acceca e fa esplodere il primo vagito.
Un suono che è ripetizione di tre temi, ossessione che non vuole essere udita e solo alla fine diviene liberazione, aria.
Come un uomo che correndo viene attraversato dal proprio respiro che si trasforma in affanno e sente scorrere dentro la vita, così le immagini e il suono impercettibili dall’inizio riaffiorano, si trasformano, si ricompongono nitide per svanire alla fine come un ricordo lontano, divenuto ormai unico elemento con lo spazio scenico e con il corpo d’attore.
Tommaso Tuzzoli
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Lo spettacolo sarà dal 19 al 24 maggio 2009 a Milano, Teatro Out Off
Il sentiero dei passi pericolosi, di Michel Marc Bouchard
Napoli, Nuovo Teatro Nuovo – dal 7 al 9 aprile 2009
Info e prenotazioni al numero 0814976267 – [botteghino@nuovoteatronuovo.it->botteghino@nuovoteatronuovo.it]
– Inizio delle rappresentazioni ore 21.00
Durata della rappresentazione 75’ circa, senza intervallo






