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Karlovy Vary 2013, premi e considerazioni finali

Un ottimo concorso, molti bei film, anche italiani, sparsi nelle varie sezioni

Si chiude con un bel bouquet di premi la 48esima edizione di Karlovy Vary, festival che ha dimostrato freschezza, varietà di offerte e le abituali accoglienza, cordialità e professionalità di queste parti d’Europa.

La giuria capitanata dalla polacca Agnieszka Holland al festival ceco di Karlovy Vary consegna il Globo di Cristallo per il miglior film all’ungherese Janos Szasz per il suo Le grand cahier, tratto con coraggio e la giusta cattiveria dal best-seller di Agota Krystof su due gemelli che cercano di sfuggire agli orrori del totalitarismo. Il secondo maggior premio è andato al regista di casa Jan Hrebejk (migliore regia per il suo Honeymoon), vicenda psicologica sulla riemersione di vecchie violenze.

Si potrebbe dire che siamo rimasti imprigionati nel quadrilatero storico di Visegrad e che sia stata tutta una questione interna mitteleuropea. Ma qui non ci sembra ci sia stato inganno o “complotto localistico”, il concorso è stato di qualità, ma nessun film spiccava in modo clamoroso sugli altri, e fino all’ultimo momento si era parlato anche di Roberto Andò e del suo Viva la libertà come di un candidato molto forte. E anche gli altri italiani (qui tradizionalmente molto amati e accolti come a casa propria) hanno difeso il nostro buon nome: molti onori sono stati tributati a Valeria Golino (qui ha portato il suo Miele) e anche Sorrentino ha potuto parlare del suo ultimo film con giornalisti molto curiosi del Belpaese, per quanto vacuo e controverso esso risulti in La grande bellezza. In giro per le sale si è visto anche Giorgio Diritti, ma forse l’accoglienza che qui tributarono al suo esordio era altra cosa e altra storia…

È un caso dunque che i premi maggiori siano andati a registi geograficamente “di area”, forse una motivazione si può cercare nel fatto che la Holland ha studiato alla FAMU di Praga, ha tradotto Kundera, ha appena girato un serial d’autore in tre puntate sullo studente ceco Jan Palach, difensore dei diritti civili che si diede fuoco per protestare contro l’invasione sovietica, oltre ad aver girato da poco un lungometraggio sul “nascondimento” dalla follia nazista, In Darkness. Tutte dunque motivazioni culturali forti che possono aver indirizzato la giuria sui due premi principali, comunque meritati.
Per il resto, i premi per le migliori interpretazioni sono andati ex-aequo al cast femminile di Bluebird dell’esordiente Lance Edmands (le attrici Amy Morton, Louisa Krause, Emily Meade e Margo Martindale), che con la sua storia intensa di colpa e sua elaborazione (una donna per disattenzione uccide un bambino) ha preso anche il Premio della Giuria Ecumenica. Il miglior attore è stato giudicato Ólafur Darri Ólafsson, che in XL dell’islandese Marteinn Þórsson ha dato vita ad un disgustoso politico ubriacone e puttaniere che con la sua stazza strabordante ha fatto quasi dimenticare i vari porci di casa nostra (un paio a caso: Fiorito o Belsito con la loro mostruosità lombrosiana venivano in mente automaticamente durante la visione…). Una meritata menzione speciale (non foss’altro per il tema e, diranno i maligni, per la nazionalità del regista…) è andata al polacco Papusza di Joanna e Krzysztof Krauze. Nell’altra sezione competitiva (“Ad Est dell’Ovest”) il premio è solo uno, al miglior film, e in un gruppo di ottime opere geograficamente orientate sull’ex-Patto di Varsavia spicca il vincitore Floating Skyscrapers di Tomasz Wasilewski, intimo e malinconico primo film gay girato nel paese di Boniek e Giovanni Paolo II. Forse ancora più simbolico è che la presidentessa di Giuria qui fosse la manager cinematografica ungherese Eva Vezer, quasi che le due Giurie e le due loro guide volessero farsi un omaggio incrociato? Ma, al di là dell’ironia, i film vincitori erano entrambi intensi, ben fatti e non si può certo gridare allo scandalo.

Fra gli altri vari premi ricordiamo con piacere e per dovere di cronaca il Premio del Presidente del Festival, che va di solito ad un importante attore/autore affermato come un riconoscimento parallelo a quello alla carriera. In fondo è un premio studiato per onorare meritatamente personaggi di spessore e per avere occasione di ristudiarli, dunque cui ricordiamo il decano del cinema ceco Vojt?ch Jasný, autore di classici del cinema cecoslovacco, soprattutto quel Tutti i miei buoni compatrioti (1968) che condannava una volta per tutte la durezza della collettivizzazione forzata e la versione locale dello stalinismo sovietico, che distrusse anche gli antichi ritmi della campagna cecoslovacca. Ma fra i film che gli fanno meritare questo riconoscimento ci piace menzionare anche Un giorno, un gatto, geniale fiaba metaforica multi-cromatica sui vizi degli uomini, che cambiano colore a seconda delle proprie passioni (inutile dire che nel 1963 era una pellicola pionieristica dal punto di vista tecnologico).

Fra gli ospiti internazionali che hanno invece ritirato il Globo di Cristallo per lo “straordinario contributo artistico al cinema mondiale” (insomma, “alla carriera”) più che Oliver Stone e John Travolta, che hanno portato odore di Hollywood fra le foreste boeme, ci teniamo a sottolineare la presenza e il meritato festeggiamento del ceco Theodor Pistek, a suo tempo premio Oscar per i costumi di Amadeus. Pistek ha proposto costumi e soluzioni sceniche per decine dei film cecoslovacchi più noti e importanti, a cominciare dall’epos medievale Marketa Lazarova, per atmosfere e valori lirici paragonabile ad Andrej Rubljov, e considerato da molti il più bel film ceco di sempre.

Un’ultima nota: sarà un caso, ma quest’anno abbiamo visto una pattuglia di film russi di particolare pregio e varietà, spesso dal fortissimo impatto emotivo, sparsi un po’ in tutte le sezioni, senza che mai ci deludessero (Fedorcenko, Bykov…). Il premio FIPRESCI dei critici cinematografici internazionali al russo-uzbeko Yusup Razykov ci può soltanto trovare d’accordo. Il suo Shame è una dimostrazione di come si possa affrontare una storia tratta da un dramma reale senza scadere in sensazionalismi o scorciatoie emotive.