Tre coreografi per tre spettacoli che, all’interno di una scenografia decisamente spartana, esplorano il connubio tra il corpo e il suono in senso lato, questo è il leit motiv del “Laboratory Dance Project”. Un laboratorio di sperimentazione che accoglie i lavori di grandi coreografi sud-coreani (Yoo Chung-ok e Shin Chang-ho) e del direttore del Festival Internazionale di Danza Contemporanea di Venezia, l’afro-brasiliano Ismael Ivo.
Ne risultano interventi intimamente legati allo studio del corpo portato avanti da Ivo che ha dato il titolo alla manifestazione (Underskin, “sotto-pelle”).
Nel primo spettacolo, “Active Zone”, la coreografia era a cura di Yoo Chung-ok. L’artista si è concentrato “sul processo con cui il corpo del danzatore percepisce i vari elementi che concorrono alla costruzione coreografica. Suoni, ritmo, immagini collidono tra loro e in questa combinazione perdono la loro indipendenza.”
Una ricerca fisica sulla danza in direzione anche di una maggior conoscenza di sé stessi.
La performance è stata feconda di spunti innovativi e interessanti: dalle pose iniziali che alludono ad un set di fotografia, all’uso di oggetti “quotidiani” come un carrello della spesa o lampade calate dal soffitto che diventano strumenti scenografici su cui imperniare evoluzioni e giochi di equilibrismo; dall’introduzione di suoni che appartengono al mondo naturale e animale, alla reinterpretazione dei balli più noti di ogni tempo.
Tramite una danza fortemente incentrata sui movimenti del corpo in relazione al variare dei rumori, i ballerini sono riusciti a danzare anche su ritmi “impossibili” come nitriti di cavalli, miagolii di gatti, ululati di lupi, belati di pecore ecc ecc.
Non è mancata neppure una danza scattante accompagnata dai fruscii del vento, realizzata con il supporto di una panchina.
Il culmine dello spettacolo è coinciso con un pout pourri di musiche che si avvicendavano a velocità vertiginose,cui i danzatori adattavano con grande destrezza e rapidità il loro stile di danza. Si trattava di brani musicali molto noti del repertorio moderno ma anche antico (lambada, valzer, minuetto, rock & roll, musica sacra) mescolati tra loro fino a creare un insieme tanto disomogeneo quanto originale e reinterpretati con movenze nuove ad un ritmo indiavolato.
Questo meltin’ pot di rumori e melodie, magistralmente coordinato da Kim, Hee Yeon e Kang, Tae Won, si è arricchito di ulteriori valenze in quanto contrassegnava, con la diversità dei suoni adottati, momenti a carattere contrapposto, alternati anch’essi l’uno all’altro in un continuo passaggio dal tono serio a uno più faceto.
Infatti, mentre i brani del repertorio musicale evocavano scenari spensierati, i rumori sinistri di vetri rotti e bombe introducevano invece ad avvenimenti tragici in una sorta di “messa in scena” delle emozioni legate all’evento.
L’espressione più esplicita di questo messaggio si è avuta sia nel finale profondamente drammatico in cui ogni danzatore pareva crollare morto accompagnato non più da suoni ma da gèmiti di dolore, sia durante la trasmissione di due televisioni introdotte sul palco che riportavano immagini di violenza, fungendo quindi da “sottofondo musicale” per i ballerini che si contorcevano di fronte ad esse come tentassero di esprimere la sofferenza contenuta in quelle scene.
Una performance, quindi, dove il corpo pareva essere lo strumento che materializzava la musica, fornendone un riscontro tangibile, visivo.
Il secondo spettacolo, “NO Comment“, la cui coreografia era firmata Shin Chang-ho, si è sviluppato in modo quasi opposto.
L’inizio – suoni che emergono dal buio prodotti da un uomo che si percuote il petto e da un altro che si getta a terra, mentre, sullo sfondo, persone appaiono sul palco e poi vengono subito ricondotte via piegate come per ripararsi da qualcosa- aveva connotazioni quasi angosciose.
Pian piano, però, l’esibizione si è evoluta nella direzione di una specie di “danza rituale” al ritmo di melodie ipnotiche e trascinanti che venivano scandite battendo i piedi e spingevano il pubblico a rispondere battendo a tempo le mani.
Anche l’invasione della platea da parte dei danzatori ha contribuito a espandere lo spettacolo al di fuori dello spazio chiuso del palco coinvolgendo lo spettatore.
Un ballerino al centro del palco, i cui gesti ricordavano quelli di un direttore d’orchestra, evocava un’ “orchestra di corpi” che si dimenavano tutto attorno.
Le movenze scatenate come quelle di sciamani impazziti nel momento dell’esaltazione divina, la gestualità dinamica, l’azione di mimare un cuore palpitante in procinto di uscire dal petto, la vivacità scoppiettante come un fuoco d’artificio, tutto suggeriva un campo di energie positive sprigionate dai corpi dei danzatori che si traducevano in gioiosa vitalità, esprimendo al meglio la concezione della danza propria del coreografo.
Ultimo nell’ordine è stato lo spettacolo del direttore Ismael Ivo, “Fragments”, ispirato allo scrittore tedesco contemporaneo Heiner Muller, a sua volta influenzato da Bertold Brecht, da cui trasse una nuova forma di teatro chimata “frammento sintetico”.
In essa frammenti minimi di scene apparentemente disparate vengono combinati senza alcun tentativo di costruire una trama coerente e lineare, dando vita quindi ad un’anti-struttura definita “post-strutturalista” o “decostruzionista”.
Per quanto riguarda lo studio del movimento e le immagini, si può riscontrare l’eco della Medea Material di Muller.
L’attenzione del coreografo è comunque incentrata sul conflitto e sulle contraddizioni dell’amore e il loro sviluppo nella relazione di coppia.
L’inizio aveva carattere monologico: donne che scrivono sul loro corpo e si passano parola luna all’altra, avvolte dal fumo delle sigarette.
L’arrivo degli elementi maschili del corpo di ballo configura la performance in una specie di contrapposizione tra uomo e donna, esplicitata dal porsi in fila ai lati del palco come due schieramenti opposti. In una scenografia in cui fanno l’apparizione elementi come un calice colmo di liquido rossastro, mele sparse ovunque e una corda che agevola le acrobazie dei danzatori, si manifestano le scaramucce amorose –a tratti dai toni drammatici- tra uomo e donna.
L’autore esplora le difficoltà della comunicazione tra i sessi attraverso un continuo cercarsi e rifiutarsi, disperate richieste di ascolto che si scontrano con una spietata indifferenza, atti di aggressività reciproca.
Gli unici dialoghi sono liti feroci che esternano solo rabbia, mentre i gesti dei corpi che si contorcono illustrano il tormento dell’anima, particolarmente tangibile nella scena del danzatore con le mani legate che si divincola cercando di liberarsi.
Entrambi i sessi si trovano in equilibrio precario sul loro abisso emotivo, così come i danzatori sono in bilico su un tavolo e sembrano sempre in procinto di cadere; entrambi sono smarriti nelle loro solitudini senza riuscire ad instaurare una reale, profonda comunicazione.
Anche in questa performance è da sottolineare il sottofondo musicale, in questo caso una serie di rumori che diventano sempre più assordanti, particolarmente adatti a creare un’atmosfera di tensione e ad esprimere la rabbia esplosiva percepibile nelle singole azioni.
Le sperimentazioni illustrate nel Laboratory Dance Project hanno dato prova dell’alta qualità della danza Sud Coreana di oggi e della ricerca di Ivo, specialmente riguardo all’esplorazione delle potenzialità espressive del corpo.
I risultati ottenuti hanno incontrato il gusto del pubblico e sono stati assai apprezzati, tanto che lo spettacolo è stato spesso interrotto da applausi scroscianti e meritate ovazioni. Un entusiasmo che si spera possa rimanere acceso e portare ad un’attenzione per il patrimonio della danza Orientale anche nell’ambito Occidentale.
24 > 25 giugno ore 20.00 – Teatro alle Tese
Laboratory Dance Project (Corea)
Active Zone – No Comment – Fragments (prima europea)
www.labiennale.org






