lunedì, Luglio 27, 2026
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“La più bella del mondo” di Roberto Benigni

"Lectio" sulla Costituzione

In un’epoca in cui al trash televisivo sembra non esserci rimedio, la notizia di Benigni in prima serata su Rai 1 non può che essere salutata come una benedizione. Il fatto che si tratti di una “lectio” sulla Costituzione, “la più bella del mondo”, forse meno.

L’ingresso è come sempre sulle note de Il Partito del Pinzimonio. “Repetita iuvant”, ma quando è troppo è troppo. Allo stesso modo è troppo una comicità consunta, stanca. Subito un’elargizione di ringraziamenti a chi gli ha permesso di tenere il programma. Innanzitutto la Rai, quindi, in ordine d’importanza, Napolitano, il Papa, Nostro Signore e, infine… Berlusconi. Mentre la gente a casa fremeva: “eddai, dillo che è lui”. Quindi, la notizia più brutta di dicembre. Suspense? Ma anche no. La ricandidatura di Berlusconi. Aridaje. E ancora Renzi, l’unico uomo di sinis..des…sinis.. di Firenze che è andato a pranzo con Berlusconi”. Insomma, trovate debolucce. E, come già per le “lectiones” sulla Divina Commedia, il Benigni comico appare piuttosto consunto.

Ma il peggio, perdonatemi, arriva dopo. Pregevole la sua cultura. Si tratta pur sempre di una figura di primissimo piano nell’arte italiana contemporanea. Arte intesa nel suo senso complessivo. Benigni è (stato) un eccellente attore e comico, è tuttora un grande oratore. Tuttavia l’oratoria fine a se stessa, pur se accompagnata da un sincero amore e da una grande enfasi (altrimenti non sarebbe oratoria) spesso rischia di annebbiare le menti. Per quale motivo un capolavoro come la Divina Commedia dovrebbe avere bisogno della lettura di Benigni per farcene realmente abbracciare l’incommensurabile valore? Non ho capito il senso di queste lezioni, mi si obietterà. Lo scopo è la divulgazione su larga scala.

Ma allora, veramente dopo aver assistito a questi spettacoli in preda alla caciara più totale la gente sarà portata a leggere gli articoli della Costituzione? O si ritroverà in uno stato ancora più confusionale? Suvvia, i primi articoli sono conosciuti da tutti. E frasi enfatiche come “Ma dove lo trovate un principio così bello nelle altre Costituzioni? Noi siamo gli unici al mondo” oppure “Io i padri costituenti li abbraccerei tutti” ripetute per quasi due ore di monologo, dopo breve diventano orticanti. Allo stesso modo le sconfinate dichiarazioni d’amore nei confronti di tutto ciò che sia patriottico: sia esso l’inno di Mameli o il tricolore. Anche da un punto di vista artistico, quando è palese la loro validità piuttosto bassa.

Ma quando c’è Benigni alla televisione, tutti ci riscopriamo italiani. Tutti ci commuoviamo di fronte a quelle “tre bande verticali di eguali dimensioni”. Il Benigni che parla di Costituzione, così come quello che parlava di Divina Commedia, è un uomo di cultura. Non un professionista, non uno studioso delle materie in questione. La sua non era una lezione, il suo era uno spettacolo, dicono i suoi difensori. Allo stesso modo, allora, avrebbe potuto parlare di fisica quantistica. Magari con un ripasso del giorno prima.

Obiettivamente le lezioni di Benigni non restituiscono niente, se non la sincera passione di quest’uomo, ma che può essere la passione di chiunque altro. Fossero state affidate a nomi magari più eminenti, gli ascolti non sarebbero stati gli stessi. Ma perché essere sempre vittime di questo meccanismo? La cultura è una cosa seria, merita un certo rispetto e determinati spazi. Dovrebbe essere di tutti, raggiungibile da tutti. Ma da tutti coloro che la vogliano raggiungere. Non per questo la Divina Commedia deve essere trasformata in farsa, né la Costituzione raccontata in una cornice da “volemose tutti bene”. Non è dignitoso. Né per loro, né per Benigni che, da grande attore e comico quale saprebbe essere, si ritrova in un ambiente che non gli è proprio, con tutti i limiti che ne conseguono.
Un Benigni che ironizza su Berlusconi sarebbe il benvenuto. Ma con battute fresche, divertenti. Non con vecchie citazioni riadattate.

E spettacoli come questi pure lo sarebbero. Se tenuti da altri, però. Benigni sarebbe più a suo agio se dovesse parlare di teatro, di comicità, di recitazione. Per la letteratura abbiamo Dario Fo con il suo Mistero Buffo. Tra tutti gli strenui difensori di Benigni, non uno che abbia detto di aver veramente imparato qualcosa dalla sua lezione. Piuttosto tutti a elogiarne enfasi e passione. Ma questo è un insulto a Benigni. Lui non è solo passione, lui è contenuto. Altro contenuto.
“A ciascuno il suo”, basta “spettacolo per lo spettacolo”. Ci meritiamo tutti di più, Benigni in primis.