sabato, Luglio 25, 2026
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“PANTANI” DEL TEATRO DELLE ALBE

"Dulor, com un nùvela scura"

E poi arrivano certi spettacoli che ti dici: “Ma che ci vado a fare? Un lavoro su Pantani, le retrospettive sono pericolose, rischiano di far finire tutto in miele”. Ma poi ti dici anche: “Ma lo fanno le Albe di Ravenna, che bravi son bravi, e anzi, magari bravi così ce ne fossero”.

E allora ci vai, e scopri che non finisce tutto in miele, ma tutto in fiele, tanto per fare un giochino con le parole. Perché te ne torni a casa con più di tre ore di racconti su un’Italia brutta, di quell’Italia che si desidera solo dimenticare. Quell’Italia fatta di chiacchiere e di giochi di potere troppo potenti per essere solo dei giochi; capaci – le chiacchiere e il potere, miscelati insieme – di portare alla rovina morale, e poi fisica, uno dei suoi campioni. Uno che vince Giro d’Italia e Tour De France lo stesso anno.

Lo spettacolo, visto al Teatro Verdi di Padova, racconta con la firma di Marco Martinelli la vita di Marco Pantani, e lo fa scegliendo più punti di vista. Il primo, il più denso, è inarrivabile, se confrontato alle tante storie che su Marco Pantani sono state raccontate: quello dei suoi genitori. Perché solo un padre (Luigi Dadina, un bellissimo Paolo Pantani composto, dignitoso, amorevole) e solo una mamma piena di “dulor, com un nùvela scura” (Ermanna Montanari, impeccabile Tonina nel suo essere romagnola di lingua, cuore e verve), possono dirti che Marco Pantani lavava la sua prima bici color sangue di bue con il suo stesso bagnoschiuma; e solo una madre può dirti, senza pericolo di non essere creduta, che lei la verità sulla morte del figlio la cercherà finché vive, perché troppi indizi non tornano.

E poi ci sono gli amici di sempre. C’è Pino Roncucci, il calzolaio che all’inizio lo allenava, Marco, e che ti racconta (in video, con contributi originali) che mica lo usava il cardiofrequenzimetro: aveva imparato ad ascoltare il suo corpo da sé. E i compagni di squadra, che a metà Marmolada raccontano di un Pantani che nemmeno si era accorto di aver iniziato la salita. E gli amici che gli girano un filmino ricordo mentre Marco sceglie con la fidanzata una maschera in un laboratorio artigianale di Venezia (filmati inediti, commoventi nella loro normalità).

E infine c’è un giornalista, interpretato dal belga Francesco Mormino, che cerca la verità. Che innalza il livello della categoria, sembra dirci Martinelli, di fronte ai tanti colleghi che hanno invece contribuito alla gogna mediatica di Pantani. Che sbagliare, aveva sbagliato: “la sostanza”, come lui chiamava la droga, alla fine l’aveva presa davvero. Ma solo poi – ci dice Martinelli dopo circa due anni di documentazione e studio degli atti processuali -: le accuse di doping erano basate su un esame, quello dell’ematocrito, che lo stesso Coni, sei mesi dopo le prime accuse, avrebbe dichiarato inattendibile. Eppure da quelle accuse partì il lavoro di otto procure che, in quattro anni, indagarono su Pantani. Pantani non resse; e la “sostanza”, dopo, la usò per davvero. Ma non quella per correre più veloce: “Non sono un falso, mi sento ferito, e tutti i ragazzi che mi credono devono parlare”, dirà a Gianni Minà in un’intervista (anche questa proiettata in scena) per raccontare il suo sconforto. In questo sconforto, riportano le Albe, ci si metteranno dentro anche le scommesse clandestine, le alte cariche sportive, i politici, i passanti per strada.

L’Italia brutta di quegli anni, che sono gli anni in cui i vari Smaila dicevano “I sogni adesso non si sognano più, li puoi trovare già pronti, te li da la tv”, è l’Italia in cui la chiacchiera prevale sul discorso, il brutto sul bello, il falso sul vero, l’illusione sulla speranza. In questa Italia, il mito di Pantani sembra riportare un germe di genuinità: il campione è forte, corre davvero, e poi è figlio di una famiglia di Cesenatico che vende piadine. Pantani è uno vero. E a ricordarlo, scenicamente, c’è il coro d’apertura: potente, (molto bravi, in tutti i ruoli in cui poi si alterneranno, Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Michela Marangoni, Laura Readaelli), in cui agiscono le voci ancestrali di una terra generosa. Che Pantani viene da lì, mica da quella tv che ti toglie i sogni.

Scorrono sul palcoscenico tre ore amare, perché non è la storia di Pantani questa, in realtà, sembra dirci il Teatro delle Albe con tutta la sapienza artistica e con tutta la profondità umana di cui è capace; è la storia della pochezza di una nazione intera, a cui chiacchierare è piaciuto tanto. Tantissimo. Da morire.

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