Sanremo: il circo della musica

Resoconto sulla non-musica italiana : questo non siamo noi

Perché “Sanremo è Sanremo”: quasi una minaccia. E così è finita anche la sua sessantaduesima edizione. Poche sorprese: la vincitrice è Emma Marrone, favoritissima già prima che iniziasse il Festival.

Il suo pezzo si chiama “Non é l’inferno” e l’autore é “Kekko” dei Modà, gruppo con cui Emma aveva condiviso il palco dell’Ariston l’anno scorso. Sul podio, insieme a lei, Arisa e Noemi. Tra i “giovani”, invece, la meglio l’ha avuta il vincitore di “Io canto”, Alessandro Casillo, a scapito, tra l’altro, dei sicuramente ben più meritevoli Marco Guazzone, Celeste Gaia e Erica Mou. Ma si sa che assai spesso quel che premia al Festival è tutto tranne che la bravura.

Sul palco dell’Arsiton si sono avvicendati tanti presentatori, al fianco degli stabili Morandi e Papaleo: riproposte per un paio di sere Belen Rodriguez, Elisabetta Canalis, ostinatamente priva di talento, la fortunata (sopravvalutata?) coppia “Luca e Paolo” e la giovanissima modella ceca Ivana Mrazova.

Un festival, diciamolo subito, che non ha funzionato. Gossip e polemica, volgarità e interventi fuori luogo. E Adriano Celentano. Cinquanta minuti di show personale, tanto da far sbottare a uno stizzito Francesco Renga che “noi cantanti siamo solo la cornice di Celentano”.
Tanti bassi e pochi alti. A partire dalla prima sera, inutile in vista del risultato finale, perché, a causa di alcun problemi tecnici, i voti della giuria demoscopica non sono mai pervenuti ai computer di casa Rai. E tanta impreparazione: una valletta che non sapeva nemmeno l’italiano e che non aveva nulla da offrire, se non la sua bellezza. Infine ospiti dall’effettivo valore molto dubbio, ma con dei cachet decisamente esorbitanti in un periodo di crisi globale senza precedenti.

Pochi alti, dicevo, ma, per fortuna, davvero… alti! Tra tutti Patti Smith, coadiuvata dai Marlene Kuntz, alle prese con due classici: la nostrana “Impressioni di settembre” e il suo cavallo di battaglia “Because the night”. Il Festival avrebbe potuto finire così e probabilmente sarebbe stato meglio.

E invece ancora una volta la musica ha perso: ha perso nei volumi degli strumenti che sovrastavano la voce di Samuele Bersani la prima sera, rendendo ogni sua parola incomprensibile, ha perso nel playback di Loredana Bertè, in una raccapricciante atmosfera da “beach party” la quarta sera, ha perso nell’impossibilità di far cantare il quindicenne Casillo, all’annuncio della sua vittoria per la categoria “giovani”, perché era già scoccata la mezzanotte, e ha perso soprattutto, nel risultato finale. Di canzoni belle al festival ce n’erano, di cantanti meritevoli pure. C’era Francesco Renga, con un pezzo che da solo esprimeva tutta l’importanza e la bellezza delle pause in musica.

C’era Nina Zilli, giovanissima ma d’altri tempi, e con una voce capace di zittire anche gli scettici. C’erano Samuele Bersani e i Marlene Kuntz, sicuramente non soliti a questo genere di esibizioni, ma musicisti di grande classe. E poi “Ugenio”,  com’é stato, ahimè, presentato dall’incorreggibile Canalis, Finardi: la storia. E invece ha vinto l’artista che ci si aspettava, l’artista celebrata da “Amici” di Maria De Filippi: bella voce, molto potente, ma la musica è altro. La canzone dev’essere giusta sintesi tra musica e parole.

Perché un testo sia bello non è sufficiente il tema impegnato: anche “le parole sono importanti”, diceva qualcuno (“Nanì” della coppia Carone-Dalla docet).

Vince Emma, perde la musica, ma perdiamo un po’ tutti.