Johnny Marco è un personaggio che potrebbe stare in un film di Blake Edwards: attore noto in tutto il mondo, vive in hotel lussuosi e non ha bisogno di fare grandi sforzi per avere un gran numero di donne. Ma qualcosa, evidentemente, gli manca. Forse glielo può dare la figlia che, per una temporanea assenza della madre, va a stare con lui.
L’antropologo Marc Augè, alcuni anni fa, coniò la fortunata espressione di “nonluoghi” (era anche il titolo di un suo libricino uscito per Elèuthera): “se un luogo può definirsi come identitario, relazionale e storico, uno spazio che non sia né identitario, né relazionale, né storico potrà essere definito come nonluogo” (Marc Augé, Non-lieux, introduction à une anthropologie de la surmodernité). Le sale di aspetto di un aeroporto, le camere d’albergo, i supermercati ne sono i classici esempi. Potremmo dire che, se ci sono registi legati a specifici luoghi (Virzì e Livorno, per dirne uno), ci sono anche registi legati a nonluoghi: Sofia Coppola ne è forse l’esempio più eclatante. Somewhere, come Lost in translation (col quale condivide anche una struttura narrativa simile, con analoga conclusione su un elusivo e precario lieto fine), è tutto ambientato in nonluoghi, che diventano lo sfondo per illustrare la perdita di senso e la precarietà delle relazioni umane.
Somewhere è un film dallo stile minimalista nel quale il significato è costruito attraverso minime variazioni formali. La contrapposizione tra il carrello in avanti sul volto del protagonista coperto da una maschera bianca (climax angoscioso del film – l’uomo, privato di relazioni significative e ridotto a cosa, a pura materialità e quindi esposto inesorabilmente all’azione distruttrice del tempo: con la maschera successiva lo vediamo improvvisamente invecchiato di vari decenni) e il carrello indietro sul protagonista sdraiato al sole accanto alla figlia. Oppure tra il cerchio disegnato dalla Ferrari nell’inquadratura iniziale e la linea retta percorsa dalla stessa auto nel finale. Contrapposizioni che rimangono peraltro aperte su una costante ambiguità di senso: per dire, il protagonista e la figlia sdraiati al sole sono due persone che vivono un momento di serenità e di vicinanza, oppure assomigliano alle sculture iperrealiste della pop art e dei suoi epigoni (Duane Hanson)?
Il cinema di Sofia Coppola ci pare sia costantemente esposto al rischio di fraintendimento. Il pubblico talvolta ne coglie il lato, per così dire, carino (l’umorismo lieve, e invero piuttosto inconsistente, i luoghi lussuosi) più che quello angoscioso che vi sta dietro. E ancor più esposta a questo rischio è la parte italiana di Somewhere. Guidata dai più triti cliché sul nostro paese – tutto tv commerciale, veline e rozzi tycoons – questa parte rimane un corpo sostanzialmente estraneo al film, così come il posticcio accento critico che vi è appiccicato sopra (il protagonista e la figlia se ne fuggono avvolti in un silenzio che è in evidente contrasto col frastuono dello show televisivo).
Titolo originale: Somewhere
Anno: 2010
Genere: Commedia
Durata: 98’
Regia: Sofia Coppola
Cast: Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius, Benicio del Toro, Michelle Monaghan, Karissa Shannon, Kristina Shannon, Jo Champa, Laura Chiatti, Simona Ventura, Philip Pavel, Julia Melim, Brian Gattas, Nino Frassica, Taylor Locke, Alexandra Williams, Rich Delia, Valeria Marini, Alden Ehrenreich.
Produzione: Focus features
Distribuzione: Medusa Film
Sito ufficiale: http://focusfeatures.com/film/somewhere/
Uscita: Venezia 2010 (concorso)







