Venezia 69: “Water” di Nir Sa’ar, Maya Sarfati

Le molteplici melodie dell'acqua

27. Settimana della critica

Un discorso melodico nell’utopia della fratellanza arabo-israeliana. Il film a episodi intrecciati da una levigata e timorosa umanità scorre fluido come una fantasia su un mare vigilato dai raggi solari. Anche la realtà può testimoniare che non siamo fatti solo di isolamenti, di egoismi, di porte chiuse all’invocazione altrui.

Quest’opera è un sussurro di aiuto uscito da tante gole di due popoli che l’alta politica tende ad essiccare. Gole assettate di umanità, di incontri e di acque limpide che dissetano fisico e anima. Giustamente il titolo dell’opera è “l’acqua” e nei vari episodi si presenta nella limpidezza e nella manipolazione dell’occupante israeliano.
Il palestinese la sogna potabile e trasparente, possibilmente musicale ; l’israelita come tesoro da possedere e centellinare con perfidia vendicativa.

La regia indugia su spazi panoramici di rocce e di verde che ondeggiano e inducono al riposo e alla meditazione. Natura ogni volta disturbata dall’incontro di chi vi abita o da secoli o da recenti insediamenti. Incontri che miracolosamente non sono risolti con la violenza ma sempre con l’interrogativo impellente di un mitica, bramata fusione di intenti.
Si denuncia l’inquinamento delle acque procurato dal governo di Tel Aviv con protesta rabbiosa a fior di labbra degli sfruttati operai palestinesi, denuncia che si smorza all’offerta non accettata di un bottiglia d’acqua minerale da parte di una coppia di giovani ebrei.

Non sfrontata ma dolorosa la confessione del venditore d’acqua che distribuisce anche gratuitamente a chi è povero ; non crede più alle promesse di scavi e tubature , preferendo rifugiarsi nell’età della sua infanzia dorata quando il pozzo comune dava ristoro agli abitanti del luogo. E’ un inno il suo all’acqua, elemento chiave dell’uomo. Non c’è odio quando ricorre alla metafora di chi possiede la caraffa e di chi impugna febbrilmente il bicchiere: c’è solo tristezza nello scorgere i bimbi arabi nel farsi la doccia con una bottiglia di acqua non potabile.
Limpido, in uno spontaneo umorismo narrativo, l’incontro tra il prigioniero palestinese, coltivatore di angurie, con il sodato ebreo che lo accetta come amico, lo slega e inizia assieme a lui una fratellanza commovente e comica con un innocuo asinello – fermato in una cornice mirabile di fiori di campo. Alla fine un’anguria vuota diverrà per il soldato il suo elmetto calzato per una pace imperitura.

Altra boccata d’aria di trasparente umanità è l’incontro di due attori –padre e figlio – con la vecchia maestra di musica, unica, di tutta la sua famiglia, rimasta a testimoniare la Shoa : il racconto di lei fatto di carezze sopra foto sbiadite è accolto con controllata commozione dai due attori. Nemmeno c’è astio nel padrone palestinese di una piscina quando – a telecamera nascosta – fa vedere una scolaresca israeliana godersi le nuotate e poi andarsene senza pagare, protette dai soldati di occupazione. Rimane solo l’incanto del gocciolamento lungo i secoli della provvidenziale sorgente.

L’ultimo episodio è una benevola, umoristica frecciata al fanatismo religioso di certi gruppi rabbinici, tradotto nella realtà dallo scrupolo di genitori che costringono la figlia alla prigionia domestica e alle nozze coatte. La giovane viene raggiunta dalla folgorazione affettiva da parte di un compassato e incredulo idraulico arabo. Una fioritura compatta e lirica di episodi, condotti da una macchina da presa, mai fattrice di retorica, golosa di paesaggi, di angoli popolati di miseria e di innocenza pur nella tragedia incombente e di cuori aperti all’esigenza di pacificazione.

Titolo originale: Water
Nazione: Israele/Palestina, Francia
Anno: 2013
Durata: 110’
Regia: Nir sa’ar, Maya Sarfati, Mohammad Fuad, Yona Rozenkier, Mohammad Bakri, Ahmad Bargouthi, Pini Tavger, Tal Haring
Produzione: Tel Aviv University, Film and Television Department
Distribuzione: Tu Vas Voir
Data di uscita: Venezia 2012 (cinema)