Wladilaslaw Strzemiński, il pittore bielorusso naturalizzato polacco, è al centro dell’ultimo film del Maestro Wajda, scomparso il 9 ottobre scorso. Palma d’oro a Cannes nell’81, Oscar alla Carriera nel 2000, un’avventura artistica cominciata nel ‘50 con un corto e durata più di mezzo secolo, con Afterimage, in concorso all’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, il cineasta polacco finalmente realizza un’idea di lunga gestazione.

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Da tempo il regista novantenne voleva parlare di un’artista e per farlo ha scelto uno dei maggiori talenti pittorici polacchi, padre dell’Unismo: unità organica fra trama, colore e composizione. Sempre in prima linea per la libertà d’espressione dell’individuo e dell’arte, Strzemiński si oppose al realismo socialista, perché fermamente convinto della necessità di una nuova direzione esplorativa nel linguaggio pittorico, partendo dal cubismo per proseguire verso quelle correnti costruttiviste e avanguardiste che egli stesso contribuì a far nascere e prosperare, come la neoplastica.

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Dopo il Postimpressionismo si era del tutto completata la strada di adesione o sovrapposizione tra immagine creativa e realtà, soprattutto in fede di un concetto dinamico dello sguardo, dalla contestualizzazione storica e dalla gestazione evolutiva che non poteva prescindere dal processo di vita e di crescita di ogni artista studiato: ciò che guardi non è ciò che vedi ma quel che resta come coscienza di quel che hai visto. Quando nel film parla ai suoi studenti di “sguardo fisiologico” in Van Gogh, il pittore riconosce e sottolinea l’importanza della presa di coscienza dei vari aspetti della realtà, una presa di coscienza connessa strettamente con la maturità messa in atto dal vivere stesso, dalla storia e dall’ambiente circostante.

In scena quattro anni di vita (1948-1952) di colui che aveva fondato l’Accademia di Belle Arti di Lòdz, biecamente espulso dalla stessa, quattro anni densi di umiliazioni e difficoltà di ogni genere fino alla morte, imposte da un livellamento dittatoriale, secondo il quale ogni forma d’espressione doveva essere al servizio di un’ideologia politica, contribuirne la diffusione, anche al prezzo di un’immagine restituita come falsa ed edulcorata, dentro la quale le parole “arte”, “cultura”, “espressività” erano svilite al punto da divenire il loro fantasma.

“Col Comunismo se non lavori non mangi” – intima al professore la signora dello spaccio alimentare. Rubato della dignità con mezzi meschini e clandestini, dagli effetti plateali però, l’attore traduce una personalità comunque affascinante e paradossalmente stracolma di dignità; lo spettatore è sempre con lui e ne condivide le scelte, così come percepisce sempre la sua fierezza.

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“Powidoki” 2015 Foto Anna Wloch. www.annawloch.com

Un docente appassionato e adorato dai suoi studenti, accompagna la mano del regista verso uno stile essenziale, sorretto da un plot organico, dinamico, privo d’inutili indugi che ne avrebbero sminuito la classe; una grammatica filmica dallo sguardo sempre teso, misurato ed efficace, accompagnata da un uso musicale altrettanto dinamico: di supporto, connotativo, o esplicativo, a seconda delle esigenze.

Il film sembra quasi riportarci indietro alla lezione di Ford – il quale condannava gli sprechi nei movimenti di macchina, accettati solo se giustificati – per offrirci un lavoro profondo, verace, dalle immagini pittoriche e molto belle per il nostro occhio. È come se linguaggio pittorico e cinematografico si compenetrassero nel film, completandosi l’un l’altro in un naturale e reciproco prolungamento di senso.

Passione creativa, attivismo culturale e condivisione intellettuale pagano il prezzo di una paternità annacquata ahimè, ma non degenere. Nika, cresciuta troppo in fretta, troppo posata per la sua età, fa le spese di tutto: schiacciata da un sistema malato, è madre e padre per i suoi stessi genitori e accetta di buon grado un innaturale capovolgimento di ruoli. Non la vediamo mai piangere, neppure al capezzale di ambedue i genitori, dall’epilogo tristemente sovrapponibile, ma avvertiamo lo stesso il suo dolore.

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Andrzej Wajda. Foto di Romina Greggio

Che si sia trattato implicitamente del testamento filmico di Andrzej Wajda non possiamo saperlo, tuttavia fuori dagli schemi razionali potremmo supporlo, anche seguendo l’ottica profondamente umana di quest’ultima pellicola, dal contributo fortemente politico nel senso più alto del termine.

Strzemiński, grande artista, grande docente, un importante lascito storico-artistico, comunque non è un supereroe e se un sistema decide di annientarlo ci riesce. Inoltre, come padre/marito non ne esce molto bene, ma nessuno è un supereroe e da nessuno si dovrebbe pretendere che lo sia. Ognuno dà quel che sa e quel che può, l’importante è far vivere al meglio le proprie idee ed essere supportati dall’apparato politico/sociale, non annientati solo perché di parere contrario.