“Capita a volte di provare l’esigenza di registrare i ricordi, di fissarli da qualche parte” – racconta Paolo Sorrentino “Ma con il passare del tempo, ho pensato che forse sarebbe stata una buona idea farne un film perché avrebbe potuto aiutarmi non tanto a risolvere i problemi che ho avuto nella vita, quanto ad osservarli da una posizione molto più vicina e a conoscerli meglio. Tutti i miei film sono nati da sentimenti che mi appassionavano, ma dopo averli realizzati quella passione è svanita; così ho pensato che se avessi fatto un film sui miei problemi, forse sarei anche riuscito a dimenticarli, almeno in parte.”

Dopo un Premio Oscar, vinto per La Grande Bellezza, dedicato sul palco dell’Academy anche a Diego Armando Maradona, Paolo Sorrentino torna al Lido dopo vent’anni esatti dall’esordio con L’uomo in più, per presentare in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia il suo film più personale, perché rievoca un fatto drammatico della sua adolescenza, la morte dei suoi genitori (per avvelenamento da monossido di carbonio a causa di una fuga di gas nella casa di villeggiatura della famiglia. Sorrentino avrebbe dovuto essere insieme ai suoi genitori, ma aveva ottenuto il permesso di andare a vedere Maradona che gioca in trasferta con il Napoli).

photo by Gianni Fiorito.

La vita è un grande teatro, un palcoscenico, in questo caso, affacciato sul golfo di Napoli; e Paolo Sorrentino lo sa bene nello scrivere e dirigere È stata la mano di Dio, dove i ricordi della sua vita nella Napoli degli anni 80 si legano e intrecciano a realtà e immaginazione.

È il 22 giugno 1986, e Diego Armando Maradona segna un gol di mano (la Mano de Dios), il più famoso della storia del calcio, contro gli inglesi ai quarti di finale dei Mondiali del Messico. Vincerà l’Argentina, a detta di Afredo (Renato Carpentieri), zio del protagonista di questo film, Fabietto Schisa (Filippo Scotti), una tattica politica, quella del pibe de oro, per vendicarsi di quanto la Gran Bretagna fece alle Isole Malvine. La stessa mano di Dio che sempre lo zio afferma essere stata poi quella che ha salvato il nipote, dal morire con i suoi genitori.
Ma prima ancora della tragedia, Maradona viene comprato dal Napoli. La Città lo aspettava, il popolo napoletano aveva già pronti gadget e devozione eterna.

Nel frattempo la vita non dà tregua, tra un fitto dramma famigliare e l’altro, pranzi e scherzi, tradizioni e superstizioni.

Maradona e San Gennaro, in missione per conto di Dio.

Photo by Gianni Fiorito.

Paolo Sorrentino fa una realistica, talvolta felliniana (per omaggi e linguaggio) retrospettiva della sua vita di diciassettenne. Non c’è nessuna trasfigurazione visionaria, né sguardi compassionevoli o ammiccanti.
È stata la mano di Dio mantiene un equilibrio sapiente tra un’ironia arguta e candida e un obiettivo freddo nel guardare al passato del suo autore.

E attraverso questo suo sguardo distaccato (trasmette ammirazione e credibilità il modo in cui Sorrentino raffigura sé stesso e la sua famiglia, senza sbavature consolatorie), arriva l’emozione per lo spettatore.
Inevitabile tifoso d’amore per (il) Napoli, compatto nella drammaturgia, disinvolto nel dirigere, trattenuto ma onesto, i suoi attori, Paolo Sorrentino riesce a regalare al pubblico un film di riflessione coinvolgente sulla vita e sul Cinema.
Per il resto, occorre credere ai miracoli guidati dalla mano di Dio.