Il matrimonio segreto al Teatro la Fenice di Venezia

VENEZIA – Il carnevale lagunare vede protagonista Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa al Teatro La Fenice, alternato al Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini.

Debitrice delle Nozze mozartiane, di cui certamente non è all’altezza, seppur assai apprezzata dai viennesi del Burgtheater e ambientata in un ceto più basso dove l’aspirazione del ricco mercante Geronimo è accasare la figlia Lisetta al Conte Robinson, Il matrimonio segreto è opera di durata considerevole. Pur tagliandola, sono circa tre ore di musica che, se ben eseguita, può risultare assai piacevole. Purtroppo, quanto sentito e visto lo scorso 10 febbraio non rientra in questi termini.

Il regista Luca De Fusco, in barba alla satira contenuta nel libretto di Giovanni Bertati, dove la critica sociale darebbe del materiale con cui poter giocare, sposa più un’interpretazione onirico-erotica poco convincente. Vanno in questa direzione le ricorrenti scene libertine à la Manara, proiettate sugli specchi che giganteggiano sulle pareti della scena fissa creata da Marta Crisolini Malatesta, artefice anche dei costumi d’epoca, e illuminata dal light design di Gigi Saccomandi. Oltre a un lenzuolo bianco a inizio primo atto sotto cui si intrallazzano Carolina e Paolino, a cameriere curiose e servitù che, ça va sans dir, appare seminuda disturbata nei piaceri dell’alcova, nulla di particolare succede sul palco. Ciò implica che lo spettatore guarda e ascolta un po’, poi trova più interessante concentrare l’attenzione sulle turiste straniere della fila davanti, sull’orologio che sovrasta la buca, sui giornalisti che scarabocchiano nella penombra, sulle toilette delle signore…a dimostrare che lo spettacolo non ha momenti di brio che catturino davvero.

Almeno assaporiamo la bellezza della partitura, penserà il lettore. Ahinoi, neppure questo godimento ci è permesso, in quanto la lettura data dal Maestro Alvise Casellati risulta grossolana, poco attenta a far risaltare le raffinatezze tipiche del melodramma settecentesco. Il personaggio non lo fa solo il canto, ma anche i commenti che Cimarosa affida alle varie sezioni dell’orchestra, qui non pienamente valorizzate. Gli scollamenti tra buca e palco sono stati frequenti e hanno costretto i cantanti sovente a rincorrere la bacchetta del direttore.

Al netto di quanto sopra, il cast si è dimostrato ben assortito. Omar Montanari, specialista dei ruoli da buffo, incarna un Robinson di pregio, non scontato, preciso nel sillabato e sicuro nella linea di canto. Lucrezia Drei, di cui ricordiamo una splendida Corinna a Verona nel 2017, è Carolina davvero apprezzabile, fresca e risolta egregiamente. Convince anche Juan Francisco Gatell, nome frequente nei cartelloni veneziani, che dimostra aver maturato un timbro ben chiaroscurato, adatto al povero Paolino. Francesca Benitez è Elisetta trasbordante acidità che conquista il pubblico con la furiosa “Se son vendicata”. Bene Pietro Di Bianco nei panni dei Geronimo e Martina Belli come Fidalma.

Successo per tutti alla prima del 10 febbraio, con tanto di standing ovation da parte delle turiste straniere di cui sopra.

Luca Benvenuti