Con un ricco menu di 16 appuntamenti, per un totale di 33 prime esecuzioni, riparte dal 27 settembre al 6 ottobre il 63. Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia.
L’orizzonte creativo su cui si concentra la nuova edizione vede protagonista il Vecchio Continente, come sottolinea lo stesso direttore artistico Ivan Fedele: “Dopo i temi trattati nelle due edizioni precedenti, che riguardavano le relazioni tra musiche e culture del Continente asiatico (2017) e di quello americano (2018) con le esperienze europee di punta, il Festival si occuperà eminentemente di alcune delle realtà più interessanti (compositori e interpreti) del “Vecchio Continente” il quale resta un punto di riferimento della musica e, in generale, della cultura del nostro tempo. Un continente che non ha cessato di porsi domande cruciali riguardo all’arte e alla sua relazione con il proprio presente e che, ancora oggi, è protagonista di molteplici spinte propulsive che investono gli ambienti artistici di tutto il mondo”. Perimetro quindi più elettivo che strettamente geografico; con una locandina che attraversa alcune delle esperienze più stimolanti e innovative della creatività musicale europea, fra ancoraggio ineludibile alla propria storia e intuizioni di smarcamento centrifugo, consultabile qui.

Evento di grande rilievo nella presente edizione, l’assegnazione del Leone d’oro alla carriera 2019 al britannico George Benjamin, cui è dedicata l’inaugurazione del Festival. ll 27 settembre al Teatro Goldoni (ore 20.00) andrà in scena Written on Skinil suo primo lavoro operistico di ampio respiro; eseguito nell’occasione dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Clemens Schuldt, è stato presentato con successo in prima mondiale nel 2012 al Festival di Aix-en-Provence e, successivamente a Londra, New York, Stoccolma, Sankt Gallen, Monaco di Baviera, Bonn, Detmold, Madrid, con un’unica incursione italiana al Teatro Comunale di Bolzano. Accanto alla musica di Benjamin, l’opera si giova del contributo artistico di Martin Crimp per il libretto e Katie Mitchell alla regia, e può considerarsi una magistrale operazione di “raccordo” con la tradizione più remota, fin dalla storia che attinge alla vita e all’infelice amore del leggendario poeta trobadorico Guillem de Cabestaing, ripresa anche da Giovanni Boccaccio nella nona novella della quarta giornata del Decameron.

A riassumere in modo sintetico il soggetto, ambientato nella Provenza del ‘200 e intriso di quel sapore drammatico a forti contrasti così incisivo nella tradizione medievale, ci pensa lo stesso poeta di Certaldo nell’incipit della novella: “Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui ed amato da lei; il che ella sappiendo poi, si gitta da un’alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita”. Perno narrativo e espediente scenico del lavoro di Benjamin, la presenza di tre angeli del XXI secolo a descrivere e commentare la vicenda, portatori di una consapevolezza contemporanea spesso spiazzante, in un linguaggio crudo e a tratti apocalittico che non risparmia all’ascoltatore alcun dettaglio.

La musica di Benjamin, pur ricombinando con estrema libertà un tessuto fortemente dissonante, pare costantemente orientata a sostenere i volumi espressivi del testo, dosando con perizia allo scopo dinamica e agogica, e sciogliendo non di rado rarefazioni armoniche di sapore modale più estese; con l’effetto di sostenere una coerente perturbazione emotiva nel flusso sonoro, privilegiando sugli strappi improvvisi la pervasiva continuità di un rumore interiore di fondo, come un persistente nodo in gola.

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