A Venezia l’arte contemporanea torna a interrogare il presente con un progetto che mette al centro lo spettatore e le sue responsabilità. Negli spazi della Galleria 200C alla Giudecca, dall’8 maggio al 20 settembre 2026, arriva “I’m not taking part in it”, nuova installazione site-specific dell’artista franco-russo Tim Parchikov, curata da Olga Strada e realizzata in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. La mostra sarà visitabile dal martedì al sabato, dalle 11 alle 17.
Otto specchi attraversati da scritte al neon costruiscono un ambiente essenziale e destabilizzante, dove il visitatore è chiamato a entrare fisicamente nell’opera. Non c’è distanza possibile tra chi guarda e ciò che viene osservato: riflettersi significa prendere posizione, riconoscersi dentro il proprio tempo, accettare di farne parte. È da qui che nasce la tensione concettuale del progetto di Parchikov, artista che da anni indaga il confine sottile tra partecipazione e disimpegno, presenza e rimozione.
“I’m not taking part in it” parte da un gesto quotidiano e apparentemente innocuo — quello di specchiarsi — per trasformarlo in una riflessione politica ed esistenziale. L’opera suggerisce infatti quanto sia impossibile sottrarsi davvero alla realtà contemporanea, anche quando si sceglie il silenzio o l’indifferenza. Il riferimento filosofico è quello della “colpa metafisica” teorizzata da Karl Jaspers: una responsabilità condivisa che nasce quando viene meno la solidarietà umana davanti alle ingiustizie. Parchikov traduce questo pensiero in un dispositivo visivo diretto e spiazzante, che coinvolge il pubblico senza mediazioni.
La forza del lavoro sta proprio nella sua apparente semplicità. Gli specchi non restituiscono soltanto immagini, ma domande. Chi siamo dentro le crisi del presente? Quanto pesa il nostro sguardo? E soprattutto: è ancora possibile dichiararsi estranei a ciò che accade intorno a noi?
L’installazione si inserisce coerentemente nel percorso di Tim Parchikov, nato a Mosca nel 1983 e oggi residente a Parigi. Formatosi alla prestigiosa scuola di cinematografia VGIK, l’artista ha sviluppato una ricerca che fonde linguaggio fotografico, tensione cinematografica e pratica concettuale. Nei suoi lavori la realtà appare sempre attraversata da un senso di attesa e inquietudine, come se qualcosa stesse per accadere o fosse appena accaduto.
Una poetica evidente in serie come “Visioni periferiche” e “Suspense”, ma anche nei lavori più esplicitamente politici come “Burning News”, dedicato all’assuefazione prodotta dal flusso continuo delle notizie, o “Mene, Mene, Tekel, Upharsin”, riflessione sulla fragilità del potere e della storia. A Venezia, con “I’m not taking part in it”, Parchikov spinge ancora oltre questa ricerca, trasformando il pubblico nel centro stesso dell’opera e obbligandolo a confrontarsi con la propria immagine e con ciò che essa rappresenta.






