L’ultimo lungometraggio di David Lynch fa parte della rassegna “The Big Dreamer”, iniziata nel 2025 per omaggiare, con il ritorno in sala dei suoi film, il regista scomparso nel gennaio dello scorso anno.
“Guardatemi e ditemi se mi avete già vista”: è solo una delle tante frasi che più volte riecheggia, evidenziata dalla struttura stessa della sceneggiatura, nel film di David Lynch, il primo girato in digitale dal cineasta americano nell’ormai lontano 2006. Si tratta forse di un filo di Arianna che chi guarda è invitato a seguire (e lo spettatore è intrappolato, nello sguardo e nell’udito data la persistenza di musiche di Penderecki che riportano a Shining, in un labirinto senza via d’uscita): il film, in tutte le sue tre ore di durata, spinge, o forse ancora meglio costringe, chi lo guarda a fare i conti con il vedere, e con tutto il cinema-già-visto depositato nella memoria.
Un’opera spiazzante, oggi come nel 2006: proposta in sala nella versione restaurata in 4k dalla Cineteca di Bologna sotto la supervisione dello stesso Lynch. L’aspetto digitale dell’immagine, quasi disturbante per la bassa definizione, è assolutamente centrale. C’è, infatti, nella contemporaneità una differenza sostanziale che determina il rapporto tra immagini e spettatore: oggi tutto potrebbe potenzialmente essere frutto di un’intelligenza artificiale.
Il digitale è (im)materialmente composto da pixel, ma oggi quei pixel sono quasi stardust (quella polvere di stelle tanto cara al cinema), impalpabili ma generati: nel film viene detto – riferendosi a Hollywood – dove le stelle creano i sogni e i sogni creano le stelle. È, dunque, un film su Hollywood (come già lo era Mulholland Drive), crudo – pensiamo alla protagonista che muore (metacinematograficamente) accanto ad una stella della Walk of Fame – e cinico, labirintico, destabilizzante, ma con un pre-finale positivo (il ricongiungimento di due sposi).
La particolarità – e il legame con il presente – però, si concentrano nel reale finale, i titoli di coda, nella stanza in cui si condensano tutte le immagini fin ora solo descritte (personaggi, situazioni, etc.), le tracce di film precedenti (come l’attrice Laura Herring, protagonista del suddetto M.D.) e più generalmente di cinema del passato (tra cui la presenza, piuttosto nascosta, di Nastassja Kinski, seduta accanto alla protagonista Nikki (Laura Dern), difficilmente interpretabile: è forse un rimando a Un sogno lungo un giorno di Coppola? Oppure all’angelo di cui vestiva i panni in Così lontano così vicino di Wenders? Quest’ultima ipotesi potrebbe essere più valida in quanto avvicinerebbe il finale di Inland Empire a quello di Fuoco cammina con me.
Il punto, però, non è capire il significato del film o degli elementi che lo compongono, ma far tesoro di un’opera che invita ad un pensiero non solo critico ma creativo: quello che lo spettatore pensa del film è figlio della propria memoria, immaginazione, paura, fascinazione, sensazione.
Ecco, dunque, che il suono stridente e distorto della puntina che solca un vinile ad inizio film, suona oggi più potente che mai.











