Un film che accosta due epoche storiche distanti duecento anni tra loro, eppure analoghe per temi e situazioni. Il precipitare di un gigantesco meteorite nelle Ande di Puno, in Perù, è la causa immaginaria di tale accostamento, ovviamente impossibile, ma giustificato dalla logica della lingua degli indigeni del Perù, il quechua, che non prevede linearità di espressione bensì continui agganci, o agglutinamenti, come si dice in termine linguistico.
Così si inizia nel 1781, quando il guerrigliero Ángel Pumacahua (Juan Quispe Mollenido) ritorna al suo villaggio dopo la sconfitta della ribellione di Tupac Amaru II contro i coloni spagnoli.
A causa del meteorite, però, si trova circondato da avvenimenti dei giorni nostri e incontra una ragazza, alla ricerca della gemella scomparsa durante la lotta contro una compagnia mineraria che inquina un fiume.
I molti ed evidenti paralleli tra le due situazioni rappresentano, insieme alla ciclicità della storia, anche gli interrogativi sul senso delle rivoluzioni, sulla ricerca della libertà, sulle ingiustizie, sulla morte.
Il titolo si riferisce all’omonima opera del pittore britannico George Stubbs (1724-1806) noto appunto per aver dipinto infinte opere rappresentanti tali animali dopo averne studiato l’anatomia. Ma il cavallo, qui, è il simbolo dell’oppressione coloniale, che riportò in America tali animali dopo che vi si erano estinti da migliaia di anni e ne fece nuovi e terribili strumenti al servizio dei conquistadores.
Il giovane regista peruviano Daniel Vidal Toche firma questo suo lungometraggio d’esordio, dove il paesaggio ha un significato essenziale, tanto che il film è girato in ¾, ossia con un taglio più stretto per dare più risalto alla verticalità. Gli attori non sono professionisti eppure sono artisti, poiché reclutati tra coloro che animano la Fiesta de la Candelaria a Puno. Gran parte delle canzoni sono della cantante quechua Edit Ramos.
Il titolo si riferisce all’omonima opera del pittore britannico George Stubbs (1724-1806) noto appunto per aver dipinto infinte opere rappresentati tali animali dopo averne studiato l’anatomia. Ma il cavallo rappresenta l’oppressione coloniale, che riportò in America tali animali dopo che vi si erano estinti da migliaia di anni.
Presentato in concorso al 43° Torino Film Festival, ha ottenuto il PREMIO FIPRESCI (Premio della Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica), dalla giuria composta dai critici cinematografici Igor Angjelkov (Macedonia), Chiara Spagnoli Gabardi (Italia) e Paul Risker (Regno Unito).
Motivazioni: “Il film riflette su una verità necessaria: la rivoluzione è fatta di azione e spargimento di sangue, ma è uno stato d’animo destinato al fallimento. Questa sensibile esplorazione della cultura indigena prende vita attraverso un realismo magico, attingendo allo spirito di Eadweard Muybridge. Come opera di poesia visiva, inattaccabile dal tempo, il film dimostra che ciò che l’uomo ha tenuto in cattività è più libero dell’essere umano“.
Eadweard Muybridge (1830 – 1904) è stato un fotografo britannico. Fu un pioniere della fotografia del movimento, in particolare con i cavalli. È probabile che la giuria abbia frainteso il nome di questo personaggio con quello del già citato Stubbs, dalla cui opera effettivamente il film trae il nome.











