La notizia è che il film è migliore del romanzo al quale si ispira: è più poetico, più drammatico, più misterioso, più avventuroso.
Il romanzo, pubblicato nel 2005, è The history of love della 44enne newyorchese Nicole Krauss, già moglie del collega e connazionale Jonathan Safran Foer.
La trama è un intreccio di storie, a partire da quella di un romanzo immaginato, poi scritto, perduto, riscritto, la cui pubblicazione è attesa per tutta una vita. Quel romanzo è il filo conduttore che lega i personaggi al protagonista principale. Costui è Leo Gursky, ebreo polacco del quale si segue la giovinezza, la miracolosa salvezza dai lager e la fuga a New York. La vita di Leo è sorretta dal tenace amore per una donna e dalla infinita passione per la scrittura. Ma è anche sorretta dalla capacità di rialzarsi ogni volta da sventure e tragedie con un’ottimismo innato, un’ironia preziosa, con la innocente malizia di un ragazzo che tuttavia porta il peso della immane tragedia dello sterminio della sua famiglia e della sua gente.
Il cinquantanovenne regista di origine rumena Radu Mihăileanu si è di nuovo immerso in una storia profondamente ebraica, con la delicatezza e l’ironia già vista in Train de vie, che nel 1998 era stato il suo primo successo internazionale, e con i sempre più significativi e brillanti lavori successivi Vai e vivrai (2005) e Il concerto (2009).
Con la stessa, delicata ironia, Mihaileanu sa stemperare il dramma e trasformarlo in lieve sorriso, senza cadere nel persino troppo facile tranello dell’autocommiserazione.
Nato in una famiglia rumena che, per evitare le persecuzioni di Ceaușescu, ha dovuto per anni nascondere di essere ebrea, il regista trasmette nei suoi lavori il suo nostalgico e affettuoso sguardo verso l’ebraismo, esalta caratteristiche tipiche della cultura ebraica, come umorismo e cultura, quasi come per riscattare la propria identità finalmente ritrovata e quella di tutto un popolo ancora oggi vittima di assurdi pregiudizi e inquietanti violenze.






