Presentato Fuori Concorso, Last Night in Soho rappresenta un felice esempio di ricerca cinefila della forma e di sovvertimento dei canoni attraverso l’espediente dell’omaggio ai medesimi, che dietro la (dichiarata) patina di nostalgia per il cinema che fu – e per la Londra che da esso si faceva raccontare – rivela l’occhio attento di Edgar Wright alle esigenze dello spettatore contemporaneo, alla disperata ricerca di contaminazione tra generi e rivisitazione del paradigma classico.

last night in soho

Dalla sperduta cittadina di Redruth in Cornovaglia, la giovane Ellie – la neozelandese Thomasin McKenzie, già apparsa sugli schermi del Lido per un ruolo minore nell’ultima fatica della Campion – è pronta a compiere il grande balzo verso la capitale, dove inizierà gli studi in moda per coronare il suo sogno di diventare stilista – al pari della madre, tragicamente scomparsa. La vita studentesca non inizia però sotto i migliori auspici, tanto che, per sfuggire alle coinquiline, decide di trasferirsi in una stanza singola a Soho: è qui che la notte inizia a rivivere i ricordi di Sandy – la star de La regina di scacchi Anya Taylor Joy, nota a Wright sin dai tempi di The Witch (2015), presentato al Sundance durante la sua esperienza come giurato –, un’aspirante cantante della scena londinese degli anni Sessanta. Il sogno si tramuta però ben presto in incubo, con gli spettri del passato di quest’ultima – funestato da compromessi umilianti e violenze – che prendono a invadere gradualmente la quotidianità di Ellie, mettendola di fronte alla necessità di scoprire la verità sulla sua tragica fine.

Almeno per i suoi primi trenta minuti, Last Night in Soho si configura come il classico film sulla sindrome dell’età dell’oro epigono di Midnight in Paris, con tanto di racconto di formazione della protagonista che si interseca con il più vasto processo di borghesizzazione della capitale un tempo vibrante, impreziosito da un repertorio di brani d’epoca scelto appositamente per far rimpiangere il trionfo del vinile e della “buona musica”, nonché da virtuosistici giochi di specchi e grandangoli. Tuttavia, come accade di consueto nel cinema di Wright, tali premesse accomodanti vengono puntualmente disattese dall’emergere di un elemento anomalo, il quale porta così a disvelare l’ipocrisia e la mistificazione sottese al contesto provinciale/familiare in cui la vicenda è ambientata: in questo senso, il quartiere di Soho, celebrato dalla cultura pop come il centro della vita notturna e del cabaret dei Late Sixties, si mostra a poco a poco nei suoi lati più oscuri nella specie della prostituzione e dello sfruttamento, non diversamente dalle quiete cittadine inglesi teatro della lotta per la sopravvivenza del duo Pegg-Frost nella Cornetto Trilogy e affini.

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Instillando il sospetto della malattia mentale tramite l’espediente del sogno lucido e delle visioni della madre suicida – le cui apparizioni a intermittenza appaiono tuttavia fuori luogo, a maggior ragione nel momento in cui il nucleo degli attanti si delinea con chiarezza –, il regista accende l’innesco di una vertiginosa spirale discendente, che dai toni da teen movie riporta alla crime story, al thriller psicologico e infine all’horror vero e proprio, in aperta controtendenza rispetto agli standard del mostrabile – nascostamente “puritani” – invalsi nel cinema pop, senza con ciò rinunciare di farsi etichettare come tale.

Last Night in Soho non fa appunto mistero della sua vocazione popolare, costituente al contempo il suo maggior pregio e debolezza: il gusto per il colpo di scena prevedibile, le piccole incongruenze narrative, nonché il guardarsi da fornire spiegazioni esaustive circa la particolare abilità di Ellie di entrare in contatto con i defunti, sono tutte semplificazioni da interpretare – e su cui sorvolare – alla luce della vocazione sostanzialmente ludica della pellicola, imperniata sulla geniale idea originale di Wright e sui particolari riferimenti cinematografici – in buona sostanza composti da exploitation e commedie british dagli anni Settanta in poi – che egli sceglie di utilizzare per prendersi gioco di un’epoca, della sua città e del mito che attorno vi è stato costruito.

Pur vantando un’architettura più complessa del solito, Last Night in Soho non si arrischia insomma a ricercare un meccanismo dall’incastro perfetto: il suo scopo può dirsi infatti raggiunto nella misura in cui riesce a mettere lo spettatore nel sacco e a demitizzare un immaginario fin troppo abusato dalle pellicole ad ambientazione londinese, utilizzando il fascino di Soho e dei suoi giorni gloriosi per esacerbare l’orrore vissuto dai suoi personaggi – di cui le interpreti femminili rendono un’ottima resa dall’inizio alla fine.