Ho scelto davvero quello che volevo o solo quello che riuscivo a immaginare?

Una domanda si scaglia sullo schermo imprimendosi nelle menti di chi la guarda. É leggera ma anche scomoda. Siamo a metà di una pellicola segnata dal tempo, nella sala 1 del Cinema Edera, che ospita la settima edizione dell’Edera Film Festival 2025, e da quel momento diventa chiaro che tornare indietro non è più possibile: almeno non senza dei potenti mezzi. Come la telecamera usata da due ragazze di un collegio femminile, strumento e lente con cui, tra segreti proibiti e confidenze adolescenziali, è possibile scrutare, immaginare, sognare e, perché no, riscrivere il mondo.

Le prime volte” di Giulia Cosentino e Perla Sardella è un film documentario-finzione. Di vero ci sono le immagini, le riprese d’archivio e quelle di famiglia, di inventato – o meglio di capovolto – il punto di vista. Non sono, infatti, le due protagoniste, Emilia e Caterina, ad aver davvero girato il materiale, ma gli uomini del loro tempo. Da qui l’idea, tanto semplice quanto rivoluzionaria, delle due registe di sovrascrivere la storia ad appannaggio esclusivo degli uomini – erano i capofamiglia, infatti, i soli a usare la telecamera – attraverso uno sguardo tutto femminile, non tanto – o non solo – per rappresentare il punto di vista delle donne, quanto piuttosto per conferir loro gli stessi strumenti dei colleghi maschi.

E quali mezzi sono più potenti, se non quelli della memoria e dell’immaginazione?

Attraverso la messa in scena della settima arte, passato e futuro si incontrano: lampi di colore graffiano una pellicola in bianco e nero abbattendo le pareti del tempo, come a volerci suggerire che nell’istante in cui si osa immaginare qualcosa, quel qualcosa già esiste e – in qualche modo – è anche già esistito. Così fregi e macchie di colore cancellano figure intere, maschili, per riscrivere la storia così come le due protagoniste avrebbero voluto. Una storia che sembra evocare un rapporto che va al di là della semplice amicizia tra due giovani donne, sfiorando tematiche dalle sfumature che sembrano dissonare dall’idea del passato che avevamo. Come quelle, coloratissime, sul finale, delle lotte contemporanee femministe, dove il continuum spazio-temporale non lascia spazio a interpretazioni: Emilia e Caterina – le cui voci fuoricampo ci apparivano anacronistiche fin dall’inizio del film – rappresentano in realtà tutte le donne, quelle del passato, del presente e del futuro. E mentre ci soffermiamo a pensare a tutto questo, un’altra domanda arriva a sparigliare nuovamente le carte in tavola, ricordandoci la forza immaginifica delle storie che, sì, possono farsi memoria, e poi anche Storia: Tu come te lo immagini?