“Ma come hai fatto a conciliare tre figlie e il lavoro?” “Risponderò solo quando la stessa domanda verrà finalmente fatta a un uomo!”. Così Lella Costa: magnifica e appassionante, ironica e lieve, pungente e divertente, nella sua militanza femminista vissuta e rappresentata. Anche quando il suo monologo non è una recitazione bensì la presentazione di un libro. Naturalmente non una narrativa qualunque ma la rielaborazione del testo della sua ultima messa in scena, dal titolo omonimo.
Si tratta delle biografie, a volte solo accennate, altre volte più approfondite, di cento e due donne, in rappresentanza delle molte di più che nell’oscurità e nell’ombra hanno contributo nei millenni alla Storia e alla vita dell’Umanità. Da Eleanor Roosevelt a Isabella Bird, da Franca Valeri a Virginia Woolf, da Nellie Bly ad Artemisia Gentileschi, e molte, moltissime altre. Così, scopriamo di dovere l’invenzione del tergicristallo a una donna: la statunitense Mary Anderson, che brevettò l’idea nel 1905. Chissà perché la novità fu vista inizialmente con diffidenza: sarebbe stato lo stesso se l’avesse inventata un maschio?
L’attrice ricorda che le prime due donne al mondo a laurearsi furono due italiane: la filosofa Lucrezia Corner a Padova, nel Seicento, e la fisica Laura Bassi a Bologna, nel Settecento, che fu anche la prima donna al mondo a ottenere una cattedra universitaria. “Non dovrebbero essere celebrate come orgogli nazionali?”, si chiede. E poi, “Come andò che nell’Ottocento alle donne non fu più consentito di diventare docenti all’Università? Dobbiamo esserci perse qualcosa per strada, negli ultimi due secoli…”.
Ricorda che il primo verso dell’Orlando Furioso inizia con la parola “donne”, e cita Eleonora d’Arborea, vissuta nel Trecento ma ormai solo ricordata in Sardegna, che fu promotrice di una carta dei diritti che rimase in vigore per ben 500 anni. E anche uomini, pochi, che non si risparmiarono quando parlarono di donne, come Mark Twain che scrisse un romanzo di 600 pagine sulla vita di Giovanna d’Arco.
“Se lo sapesse Trump la butterebbe giù”: si riferisce alla Statua della Libertà e ai versi incisi sul suo piedistallo: “Dalla sua mano-faro, arde un benvenuto universale; i suoi occhi miti dominano il porto unito da ponti d’aria che incornicia città gemelle. «Tenetevi, antiche terre, la vostra pompa celebrata nella Storia!» ella grida con labbra silenti. «Date a me le vostre stanche, povere masse oppresse e soffocate, che bramano di respirare libere,” I miserabili rifiuti delle vostre sponde brulicanti. Mandate costoro, i senza-patria, sbattuti dai marosi a me. Io qui levo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”. Versi scritti da una donna, Emma Lazarus, poetessa ebrea sefardita (1849-1887).
“Ma non hai paura di dire queste cose?” la incalza dal pubblico la giornalista e amica Giovanna Botteri. “Sì – risponde Costa – ho paura, ma è proprio per questo che non devo smettere adesso!”
Lella Costa, Se non posso ballare non è la mia rivoluzione, Solferino € 15 144 pagine. Prefazione di Serena Dandini.
Lo stesso titolo è anche dello spettacolo che continua ad andare in scena nei teatri italiani.






