Lubny, cittadina dell’Ucraina centrale. Vasja e Mykola, due gemelli dai tratti somatici piuttosto buffi e pronunciati, non rappresentano il tipico modello di abitante ucraino biondo con gli occhi azzurri che ci potremmo immaginare: sono infatti nati da un matrimonio “misto”, fra un piccolo mafiosetto jugoslavo e una dolce casalinga locale. Il padre li ha però abbandonati, e dopo anni di silenzio l’unica notizia quasi certa è che sembra che stia per morire, nel lontano Lussemburgo. Che fare: partire per dargli un ultimo saluto, o rendergli pan per focaccia, abbandonandolo alla sua sorte? La difficile questione vede in disaccordo i due fratelli, diversissimi fra loro per gusti e attività lavorative.

Antonio Lukic incarna un paio di “miracoli” del cinema ucraino contemporaneo. Innanzitutto fa commedie (e le fa bene), pur in un paese sottoposto ad un’occupazione militare, in cui si potrebbero ipotizzare i talenti creativi concentrati esclusivamente sulla pressante, tragica attualità: si ricordi il suo esordio nel lungometraggio di fiction My Thoughts Are Silent, in cui si delineava in modo ondivago e stravagante il rapporto problematico fra un giovane e la sua esuberante madre (Irma Vitov’ska, vista poi anche nella simpatica coproduzione italo-ucraina Koza Nostra di Giovanni Dota), ma anche i suoi documentari sono degni di nota, per esempio Fish of Lake Bajkal del 2013. Inoltre è riuscito a finire questo suo secondo film in modo rocambolesco e a maggior ragione meritevole, nonostante l’invasione russa del febbraio 2022, e nonostante mille difficoltà pratiche: il suo produttore è al fronte a dare una mano all’esercito come reporter, la sua famiglia è stata evacuata dopo l’arrivo delle prime bombe degli invadenti “vicini di casa”, e il girato è stato salvato in modo miracoloso, pur essendo stato sotto il rischio di distruzione e dispersione, come buona parte dei materiali artistici del paese invaso.

Dunque: una commedia ucraina, e non un film di guerra, come ci si potrebbe aspettare o temere; una commedia che parla di una famiglia mista facendo uso di quintali di satira e autoironia, e dunque tutt’altro che un dramma impegnato o imperniato su questioni identitarie, politiche o di urgenza quotidiana. Il suo è un coraggioso e necessario tentativo di alleggerimento, pur all’interno di una congiuntura che quasi obbligatoriamente richiederebbe l’impegno anche sullo schermo, oltre che nella vita reale. Già solo per questo motivo la divertente opera seconda di Antonio merita tutto il nostro rispetto. Ma poi c’è da dire che il film è anche piuttosto riuscito, nonostante alcune piccole lacune narrative o squilibri drammaturgici, imputabili probabilmente anche alle difficili fasi finali della post-produzione.

Fatto questo necessario inquadramento, passiamo al film in questione. Vasja e Mykola sono due “gemelli diversi”: interpretati da una coppia di musicisti piuttosto famosi in patria (Amil e Ramil Nasirov, membri del gruppo pop “Kurgan & Agregat”). Il primo ha scelto la via della Legge, ed è diventato un agente della polizia locale; l’altro invece guida senza troppo entusiasmo le marshrutki del trasporto pubblico (i piccoli furgoni di tradizione sovietica dotati di una ventina di posti a sedere), ma si muove con molta maggiore dimestichezza nell’ambito dello spaccio e di piccole attività piuttosto losche. L’incipit guascone e farsesco “à la Kusturica” ce li presenta discoli ragazzetti impegnati a creare guai, dai quali li salva ogni volta la figura un po’ minacciosa, un po’ mitologica del padre, emigrato dalle terre jugoslave che sembra seguire una carriera da piccolo boss locale.

Il resto del film, dopo un’ellissi narrativa di alcuni anni, vede i due già adulti muoversi in direzioni opposte per le strade di una sonnacchiosa cittadina ad est di Kyïv, presa come epitome della medietas di una esistenza disimpegnata e miracolosamente esente dai grandi problemi del paese. La dimensione scelta da Lukich è sostanzialmente individuale-familiare, ma non mancano numerosi e succosi riferimenti a vizi, costumi e “storture” della quotidianità ucraina: le sottoculture criminali, i nuovi businessman dalla coscienza non troppo vigile, la difficile vita dei pensionati, alcuni tratti ancora presenti dell’eredità sovietica. È questa una scelta a suo modo coraggiosa, ma non escapista o semplificatrice: del resto il produttore è lo stesso ottimo Volodymyr Jacenko (qui in collaborazione con la moglie Anna Jacenko per la loro ForeFilms) che ha portato negli scorsi anni sul Lido i durissimi film di Valentyn Vasjanovyc, a dimostrazione, anzi, di una capacità produttiva che spazia in ambiti molto vari, conservando alti standard di qualità, pur senza rimanere prigioniera di un obbligo non scritto all’impegno sociale e politico.

Ljuksemburg è una commedia che fa tesoro della simpatica fisicità dei due musicisti/attori e delle caratteristiche oppositive per loro escogitate da Lukich (anche sceneggiatore): se uno è ligio al suo dovere e prova ad inserirsi nella società che conta inseguendo una dignitosa carriera, l’altro si iscrive comicamente in un modello molto vicino a quello del “gopnik”, ossia di quella subcultura post-sovietica segnata dalla bassa educazione, dai modi spicci e dai frequenti flirt con la piccola malavita; se il primo ha conati di generosità sociale e si sforza di allontanarsi dal cattivo esempio para-criminale del genitore scomparso, auto-stilizzandosi ad eroe cittadino, il secondo rievoca invece nostalgicamente il genitore con una voce-over che ci accompagna lungo tutto il film, ancora affascinato dall’aura di stravaganza ed eccezionalità di cui può godere un outcast. È come se i due “gemelli coltelli”, spesso in lite, mai in reale sintonia l’un con l’altro, rappresentassero due possibili evoluzioni contrapposte di un originario germe infantile, due itinerari totalmente divergenti che hanno in comune solo il punto di partenza: un genitore scomparso. Essi rappresentano la Via diritta, fatta di obbedienza e disciplina, e la Via obliqua, simboleggiata anche dalle pratiche ortopediche cui si sottopone Mykola in piscina, costretto alla trazione forzata della spina dorsale. Entrambe, però, possono condurre alla stessa meta, la liberazione dal fardello paterno.

Al di là dunque delle gag (molte e in generale divertenti e riuscite), questa commedia agrodolce indaga sulle possibilità di una ricomposizione familiare, di una ricostruzione di una cellula originaria distrutta nel momento stesso della nascita, quando sono stati generati i due opposti che si attraggono e che potrebbero trovare il punto di congiunzione in quel mitico Lussemburgo dove la speranza di ricomposizione familiare li conduce, un paese che in modo farsesco e autoironico rappresenta la agognata Europa con la sua perfezione un po’ illusoria da cartolina. Quello di Vasja e Mykola è un viaggio verso l’Eden della Comunità Europea che va di pari passo con un ritorno indietro nel tempo, verso una inattingibile unità primordiale, in cui la figura paterna protegge e la fraternità è ancora un valore funzionale. Che non si tratti solo di una storiella spassosa, bensì di una riflessione sul ruolo genitoriale, sulla possibilità di imitare o rinnegare un esempio ingombrante, ce lo conferma lo stesso autore, che ha rivelato la sofferta origine autobiografica del soggetto: anche suo padre era emigrato dalla ex-Jugoslavia, anche anch’egli è stato assente nella vita del giovane regista, costringendolo quasi qui, diremmo, a “sdoppiarsi” nei due protagonisti di questa divertente sua opera seconda, il gemello-eroe e il Lucignolo-pecora nera, per interrogarsi e interrogarci su quanto sia possibile sfuggire alla dolce “maledizione” dell’eredità della nostra nascita.