Vadim è un giovane ucraino che per mancanza di altri termini più precisi si autodefinisce “businessman”. Egli infatti “vende le bellezze della propria patria”, e in particolare i suoni della ricca natura ucraina che registra durante le sue spedizioni per villaggi e paesini sperduti. Il suo sogno però è quello di fare un grande viaggio, fino in Canada, e se riuscisse a incidere il suono di un uccellino particolarmente raro, forse potrebbe guadagnare abbastanza soldi da poter fare il grande salto…

Antonio Lukic viene da Uzhorod, una città di medie dimensioni dell’odierna Ucraina occidentale, che come tante località di quell’area è passata sotto numerose e varie dominazioni ed è stata testimone di eventi non sempre pacifici. Dopo alcuni cortometraggi, anche premiati al festival nazionale di Odessa, Lukic ha deciso di utilizzare proprio le zone geografiche e le eredità storiche multistratificate a lui vicine per imbastire una pensosa commedia che si muove con intelligenza e autoironia fra il road movie e l’omaggio parodico a certi stereotipi nazionali.

L’incipit è da un lato spiazzante, ma in prospettiva anche illuminante: ci troviamo nel 1526, quando la vittoria ottomana alla battaglia di Mohacs (Ungheria) decise per qualche secolo le sorti di alcuni popoli centro-europei. Sentiamo monaci e ciarlatani del luogo mercanteggiare sul prezzo di una reliquia miracolosa, un “dente da latte” di Gesù, ma l’utilizzo di termini come “fake” e “teaser” ci fa nascere il dubbio che siamo in realtà in una dimensione post-moderna che mescola ere e terminologie in senso extra-temporale. In realtà veniamo poi subito ri-catapultati nella contemporaneità, e il dente del quale dovremo seguire i destini non è più quello ipotetico di nostro signore bambino, bensì quello di un molto più prosaico venticinquenne ucraino, che non ha i soldi per farsi un costoso impianto odontoiatrico e si deve dunque industriare per tirare su una discreta sommetta.

Eravamo dunque di fronte più a un comico e disorientante “a parte”, che dopo le prime scene in bianco e nero instaura con un salto quantistico nel futuro un vago collegamento fra le vicende bellicose dell’Europa centro-orientale di ieri e di oggi, l’aspirazione al “miracolo” (non più spirituale, bensì economico), e forse anche le sorti problematiche di due personaggi apparentemente incommensurabili, il re Luigi II che affogò ventunenne nelle paludi vicine a quella catastrofica battaglia del XVI secolo e il poco più anziano ragazzo ucraino che a sua volta rimane impaludato nel ristagno economico e sul finale rischia di annegare davvero in melmosi acquitrini.

Già solo da questi parallelismi risulterà chiaro che siamo davanti a una costruzione fantastica che supera il livello sindacale della commedia, non si adagia su meccanismi stereotipati e provoca invece, almeno in spettatori esperti, tutta una serie di corto circuiti culturologici: si veda la brama di Vadim di raggiungere il Canada (sede di una importantissima comunità di ucraini espatriati), il gioco con le lingue straniere e con le varietà dialettali e gli slang dell’ucraino, che unisce trasversalmente alcuni dei temi recenti nella vita sociale del paese, la ricerca ossessiva su internet di un ricco uomo occidentale da parte della ancora piacente madre del protagonista, o ancora il rapporto stralunato con un piccolo manipolo di soldati, che sembra quasi prendere affettuosamente in giro alcune delle formazioni militari nate durante la recente e ancora aperta guerra con la Russia. Lukic però non sbeffeggia alcuno dei suoi personaggi, non minimizza i temi, non ridicolizza la contemporaneità, non intende esporre alla berlina la cultura o i “vizi” nazionali, egli piuttosto fa leva al contempo su luoghi fisici e luoghi comuni per infondere nella sua narrazione un’aura di leggerezza lirica, un movimento centrifugo che ricorda (complice il protagonista stralunato e la struttura di road movie) Ogni cosa è illuminata: al di là delle tematiche diverse, simile è infatti l’approccio erratico e curioso su spazi e persone da incrociare in una piacevole e inevitabile deriva.

Lukich e la co-sceneggiatrice Valeria Kalchenko disseminano il testo visivo di gag, contrappunti da slapstick e usano un certo approccio in levare che può ricordare persino Aki Kaurismaki, facendo buon uso dei due metri d’altezza dell’allampanato protagonista e dei suoi camuffamenti animali, atti a mimetizzarlo in una natura che spia con goffaggine e con un’atarassia da Buster Keaton. Nascono così situazioni verbali e fisiche che non si frammentano in un tessuto episodico slabbrato, ma, in forza della scrittura compatta, sono tenute strettamente insieme da un canovaccio emotivo e da gustosi leitmotiv: l’ossessione dell’uccello raro da scovare, la continua schermaglia fra Vadim e la madre compagna di viaggio, gli incontri fortuiti e gli impacci del viaggio, il tutto è tenuto stretto da un campo magnetico che ha la sua forza nell’immersione luminosa nella natura ucraina, mai oleografica, né ridotta a puro sfondo. La fotografia di Illja Ehorov è attenta appunto a non riposarsi in toni cartolineschi, e seppur solare conserva quel che di sfumato e malinconico che restituisce gli umori psichici di una quest stravagante, buffissima ma in fondo estremamente seria.

È forse la prima volta che ridiamo così di gusto guardando un film ucraino. Speriamo che non sia l’ultima.