Raccontare il mito e la sua genesi: Antoine Fuqua sceglie quella che forse è l’unica via possibile per rappresentare al cinema non solo un ballerino e musicista, ma un vero e proprio fenomeno globale che è entrato a far parte di un immaginario collettivo che abbraccia numerose generazioni.
L’andamento narrativo, dunque, tolta la prima sequenza, è quello cronologico: dall’infanzia a Gary, nello Stato dell’Indiana, fino agli stadi di tutto il mondo.
Ad interpretare Michael Jackson, talento innato e unico, il nipote Jaafar: un esordio di ottimo livello, soprattutto per quanto riguarda le parti parlate. Per il canto la produzione ha giustamente optato per estrapolare dalle registrazioni originali la voce di Michael, che in alcuni punti si soprappone a quella di Jaafar, e riporta così alla reale matrice. Le coreografie di gruppo dei videoclip (Thriller e Beat it), così come alcuni momenti dei concerti (Motown 25, Victory Tour, Bad Tour – tappa londinese) sono state eseguite certosinamente; tuttavia, l’energia di Michael rimane inimitabile e, pertanto, si ha costantemente la percezione di stare osservando una messa in scena.
Ciò che nel film funziona è la costruzione del profilo psicologico del protagonista: le violenze del padre e l’infanzia negata, la vitiligine e un rapporto estremamente complesso con la propria immagine, la solitudine, ma anche il genio creativo, la mente visionaria e imprenditoriale, la passione per il cinema, la costruzione di un personaggio pubblico e il conflitto con la sfera privata. Il lungometraggio restituisce una tridimensionalità credibile, quasi sempre oggettiva, fatta eccezione per alcuni punti dove inevitabilmente si è portati a provare fastidio verso Joseph Jackson, disegnato come la causa profonda del disagio e dolore fisico e mentale che hanno afflitto l’artista.

Musicalmente scelti molti celebri successi e qualche “perla nascosta” del periodo giovanile (dai Jackson 5 al primo album da solista con la Epic Records, Off the Wall), pochi invece da Bad. Grande assente Man in the mirror, canzone il cui testo è rappresentativo del messaggio che Michael Jackson voleva trasferire al pubblico, caratterizzata da una performance live estremamente coinvolgente, con la quale il cantante chiudeva gran parte dei suoi concerti nel Bad Tour, probabilmente scartata perché inarrivabile.
Il racconto si interrompe proprio con la suddetta tournee mondiale, che segna la fine di uno stile musicale e della fase ascendente della vita del cantante. La prospettiva di un sequel appare tutt’altro che lontana e gradita al pubblico, in virtù della chiusura un po’ frettolosa.
È plausibile che la pellicola generi – complice l’ascolto al cinema di brani già interiorizzati – nella maggioranza degli spettatori un fortissimo effetto nostalgia: un talento come Michael Jackson ad oggi non esiste, e se è vero che le tecnologie e le modalità di fruizione della musica come prodotto non solo audio ma anche video sono cambiate, Thriller rimane comunque l’album più venduto di sempre (105 milioni di copie).
Da tenere a mente, però, che si tratta di una ricostruzione, volendo essere provocatori pur sempre una mimesi in senso platoniano: se al cinema avessero proposto anche solo una piccola parte dei materiali d’archivio restaurati la platea avrebbe avuto la stessa composizione e i medesimi numeri?
I biopic, soprattutto quando ben realizzati come in questo caso, sono un terreno confortevole: si fa leva sugli artisti che “mancano”, ma emerge in superficie il nucleo centrale del loro successo, l’unicità. Di Michael, infatti, ce n’è uno solo.












