Il 20 novembre 1945, a seguito della Seconda Guerra Mondiale, si tenne il primo tribunale internazionale della storia, più comunemente chiamato processo di Norimberga.

Questa è la collocazione spazio-temporale del nuovo film diretto da James Vanderbilt, intitolato semplicemente Norimberga. Le vicende sono dunque ambientate dopo la resa del Terzo Reich, Hitler è ormai caduto e ventidue dei suoi uomini più fedeli vengono catturati.

Si inserisce in questo quadro Douglas M. Kelley, interpretato da Rami Malek, ufficiale dell’intelligence dell’esercito americano, chiamato per intrattenere dei colloqui con i detenuti in qualità di capo psichiatra. L’intento dell’indagine psichiatrica era infatti stabilire se fossero idonei ad essere sottoposti ad un processo.

Tra le 22 celle emerge quella di Hermann Goring (Russell Crowe), Reichsmarschall, e dunque braccio destro di Hitler. La maggior parte della pellicola si concentra infatti proprio sulla tensione e sulla sfida intellettuale tra Goring e Kelley.

Il film è tratto dal romanzo The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai del 2014. L’autore prova ad indagare il lato psicologico e umano degli imputati, per comprendere e risalire alla radice del Male, prendendo anche spunto dal libro che Kelley scrisse raccogliendo gli appunti presi durante la sua permanenza a Norimberga.

Ciò che è interessante è il modo in cui il film è pensato e la prospettiva in cui ci vengono restituiti i fatti. Nonostante all’inizio sia evidenziato che l’intento sia commemorare e onorare le vittime dell’olocausto, il centro della narrazione viene spostato, puntando i riflettori non più sulle vittime, ma sui carnefici. Questo meccanismo narrativo in realtà è attuato spesso, sia in film che serie tv di genere crime, che tendono ad un’estrema empatia con il criminale, la quale può diventare rischiosa.

Qui ciò che accade non è esattamente questo. Sicuramente il film è strutturato in modo che lo spettatore tenda a provare una qualche simpatia per alcuni di loro. Impossibile è non essere attratti dalle parole e dal carisma di Goring, trappola in cui sembra cadere anche Kelley stesso. D’altra parte, ad accentuare ciò, è anche la rappresentazione che viene fatta del procuratore capo Robert H. Jackson (Michael Shannon), ritratto in maniera non troppo lusinghiera, e che per tutta la storia non riesce a reggere affatto il confronto con la figura impotente di Goring.

Questa è la linea che la pellicola segue, in cui la narrazione è portata avanti prettamente dai dialoghi piuttosto che dall’azione. Dunque, per buona parte del film ci si trova ad affezionarsi, e quasi a non credere nella completa colpevolezza di alcuni detenuti. Poi però irrompe prepotentemente su schermo, come un pugno allo stomaco, la Storia, quella vera, e veniamo così ricondotti nuovamente al motivo principale del film, la commemorazione. Fino a questo momento gli avvenimenti dei campi di concentramento sembravano un qualcosa di lontano, ma le immagini crude richiamano alla realtà.

L’abilità del regista sta qui, non si ferma solo a farci ritornare alla realtà dei fatti, ma ci pone nuovamente l’altra prospettiva, ci rilancia tramite Goring la domanda: ‘’Quando parlerai di noi, dirai almeno che siamo stati umani?’’. Per quanto ciò che è avvenuto sia aberrante, il film costringe a riflettere sulla psiche e sull’uomo, con i suoi pregi, le sue ombre e contraddizioni, chiedendoci quanto anche chi abbia compiuto tali mostruosità sia in fondo umano.