Secondo appuntamento del ciclo Nexo Anime al cinema solo il 20 e 21 Novembre, non poteva esserci manifesto migliore di Penguin Highway per far conoscere al pubblico italiano la realtà dello Studio Colorido, una fucina di giovani talenti con alle spalle una storia di piccoli grandi successi di cui lo stesso Hiroyasu Ishida è colonna portante, anche se chi li conosceva già non faticherà a notare delle smagliature.

Ha solo dieci anni AoyamaKana Kita – eppure la sua diligenza e cultura non sono seconde a quelle di un adulto. Sempre impegnato in qualche ricerca con l’amico UchidaRie Kugimiya –, l’inspiegabile comparsa di una colonia di pinguini gli darà pane per i suoi denti. Gli esperimenti indicano che è la sua adorata “sorellona” – Yū Aoi – a provocare il fenomeno, ma nemmeno lei sa bene come ci riesca. Con l’aiuto della geniale compagna di classe HamamotoMegumi Han –, Aoyama dedicherà quel che gli resta delle vacanze estive per risolvere un mistero che minaccia di distruggere molto più delle sue certezze.

Penguin Highway-Ishida

È un doppio battesimo Penguin Highway, in quanto primo lungometraggio sia nella filmografia di Ishida che in quella dello studio, fondato nel 2011 dal produttore Hideo Uda con un obiettivo ben preciso: creare un ambiente di lavoro dove la creatività dello staff non dovesse fare i conti con i turni disumani e i buchi di bilancio che normalmente si incontrano nel settore. Riunendo anime eterogenee ma accomunate dall’interesse per le potenzialità dell’animazione digitale “pura”, nel corso di questi cinque anni – i primi corti risalgono al 2013 – lo Studio Colorido si è diviso tra commissioni e progetti personali, senza mancare mai di imprimere, ben evidente, il suo marchio di fabbrica.

Penguin Highway-IshidaLa pubblicità ha dato la spinta iniziale, permettendo ai singoli autori di farsi la mano e confrontarsi con i paletti della committenza: così è stato per l’ex-Ghibli Yōjirō Arai con lo spot Wonder Garden (2013) per l’apertura dello store Control Bear a Harajuku, come per Ishida con la miniserie Fastening Days (tre episodi, 2014, 2016 e 2017) per il gigante delle chiusure lampo YKK. Il character design del primo e la regia frenetica del secondo diventarono presto un binomio inscindibile – anche per effetto della loro reciproca influenza – e gli spettatori impararono a riconoscerlo, grazie al moltiplicarsi delle animazioni pubblicitarie – vedi quelle per il gioco per cellulare Puzzle & Dragons (2015) e per McDonald (Mirai no Watashi, 2016) – e a Paulette, la bambina a cavallo della sedia nella intro di noitaminA – il palinsesto dedicato agli anime della Fuji Television – protagonista del corto Paulette no Isu (2014), realizzato per commemorare i 10 anni dalla sua ideazione.

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“Wonder Garden” (2013) di Yōjirō Arai, spot per la Control Bear

E per un regista che nelle sue opere ha sempre voluto raccontare amori innocenti e impossibiliHinata no Aoshigure (2013), in cui non fa mistero dell’influenza dei dōwa di Miyazawa Kenji – e mondi in disfacimento o già collassati – il suo film di diploma Rain Town (2011) e gli stessi Fastening Days –, la scelta di un romanzo di Tomihiko Morimi come soggetto originale per il suo primo feature film non è una sorpresa. Punto di riferimento della fantascienza e della letteratura pop nipponiche, Morimi è ormai abbonato agli adattamenti animati, nell’ordine la serie The Eccentric Family (2013) di Masayuki Yoshihara e i capolavori del visionario Masaaki Yuasa The Tatami Galaxy (serie, 2010) e The Night Is Short, Walk On Girl (2017, film).

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Ttilo originale “Yoru wa mijikashi aruke yo otome” (2017), di Masaaki Yuasa

Ma nonostante il materiale di partenza sia azzeccato, la scrittura approntata da Makoto Ueda – che in fatto di adattamenti per il grande schermo non ha molta esperienza alle spalle – lascia a desiderare sotto diversi punti di vista.

Posto che stiamo parlando di una storia di Morimi e che quindi il surrealismo è la portata principale, sul piano strettamente diegetico Penguin Highway resta un film inconcludente pur essendo lineare. Il racconto si dipana con chiarezza, a beneficio del target spettatoriale – in Giappone è stato distribuito in Agosto come film dell’estate, per riempire le sale altrimenti vuote di studenti in vacanza –, ma non ha climax, salvo accelerare un po’ negli ultimi minuti dove finalmente si intravvede il vero spirito Colorido. A ogni passo in avanti del protagonista, il mistero si scopre più impenetrabile – si scopre, non “diventa” – senza però suscitare curiosità in chi guarda: questo perché gli attanti non stanno veramente avvicinandosi all’oggetto della loro indagine in quanto esso, nonostante abbia una sua tangibilità, è posto al di fuori della loro sfera d’azione, e lì rimane fino a che la sorellona – che è la cerniera tra l’uno e l’altro piano – non decide di mettere le cose a posto.

Dal canto loro, nemmeno i personaggi compiono dei significativi passi in avanti. Applicando rigorosamente il metodo scientifico, Aoyama per primo è refrattario a mettersi in discussione o a rivalutare i suoi rapporti interpersonali, anche quando le ricerche arrivano a un punto morto. Il bambino prodigio con la fissa per l’eloquio – la verbosità è una cifra della scrittura di Morimi – e per le tette della sua oneesan è una sagoma che difficilmente dimenticheremo, ma non possiamo dire che ci abbia conquistato visto che non si riesce a empatizzare con lui. Paradossalmente, sotto questo profilo i personaggi secondari sono più elementari ma anche più interessanti, perché almeno hanno una loro evoluzione – il bullo dal cuore tenero che a piccoli passi si allontana dal ruolo di antagonista.

Penguin Highway-Ishida

Ciononostante, Penguin Highway ha una coerenza d’insieme e se da un lato si impantana nella narrazione dall’altro riesce a portare a termine le sue riflessioni, lasciando un ampio orizzonte interpretativo.

È una favola ambientalista, che mostra un ecosistema impazzito sull’orlo di una palingenesi come succedeva in Taifuu no Noruda (2015) di Arai, ma senza attenuanti: la responsabilità di quello che sta accadendo nella cittadina di Aoyama sembra essere della nostra razza – e non di qualche alieno malintenzionato –, come se fosse stato raggiunto un punto di saturazione e fosse necessario riequilibrare il creato – in questo senso si potrebbe interpretare anche il potere della sorellona.

È un invito affettuoso a non fare come Aoyama, ad accettare che non tutto si può spiegare razionalmente e che anzi la vita è fatta per la maggior parte di cose che, senza una particolare ragione, ci procurano una determinata sensazione e ci cambiano la giornata. La vita è, insomma, un po’ come la poesia di Carrol sullo Jabberwock – un altro tassello importante, cui fa riferimento la sorellona –, un gioco di invenzioni lessicali e allusioni impossibile da decifrare fino in fondo, e che pure non necessita di essere capito parola per parola per essere apprezzato.

Penguin Highway-Ishida

Fermo restando il talento Ishida, l’ambizione di realizzare un film d’animazione digitale in ogni sua parte si è scontrato con la dura realtà dei tempi e dei costi, costringendo lo studio al subappalto di diverse parti del progetto allo Studio WIT – quello de L’attacco dei giganti, per intenderci – e riducendo di conseguenza il controllo dell’artista sulla sua creazione. Penguin Highway ha tutte le carte in regola per essere un film Colorido, a partire dal gusto per il volo pindarico e dalla cura maniacale del comparto sonoro, ma accusa fortissimo il colpo del passaggio dalla realtà del corto a quella del lungometraggio. Che fosse semplicemente troppo presto?