Pesaro Film Fest 2016: uno spazio dedicato al Romanzo Popolare

Una sezione, un libro e una tavola rotonda sul rapporto tra cinema e letteratura

La tradizionale sezione dedicata al cinema italiano è quest’anno dedicata al Romanzo Popolare. Ovvero la domanda di fondo che Pesaro si è posta è se il cinema è ancora un’arte popolare? Se è in grado di raccontare storie per tutti, come un tempo facevano il teatro, il melodramma cantato, il romanzo d’appendice, il fotoromanzo. E allora in che modi oggi si può definire un’arte della narrazione e come il modo di raccontare è cambiato e sta cambiando insieme al moltiplicarsi delle forme di fruizione e con l’irrompere prepotente della produzione seriale?

Queste sono domande alle quali intende rispondere il volume monografico, che è stato edito come sempre da Marsilio, e che punta ad analizzare questa realtà della cinematografia contemporanea attraverso contributi di decine di studiosi e critici. In chiusura poi numerose interviste a registi e sceneggiatori insieme alla pubblicazione di un racconto cine-futuristico scritto appositamente da Antonella Lattanzi.

La retrospettiva poi ha messo insieme coppie o tris di film tra passato e presente, cercando di seguire seguendo la falsariga dei generi per mettere in gioco, ad esempio, la commedia dedicata al mondo del lavoro con Tutta la vita davanti di Paolo Virzì (2008) e I compagni di Mario Monicelli (1963), due sguardi completamente nel mondo di affrontare le difficili condizioni lavorative tra la fine Ottocento e l’era dei call center. Oppure, per fare un altro esempio, il cinema poliziesco di Milano calibro 9 di Fernando Di Leo (1972) con quello “senza un solo poliziotto” di Suburra di Stefano Sollima (2015) e Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari (2008), tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio, che diventa un’occasione, per confrontare e riflettere sull’evoluzione del noir e magari anche sulla rappresentazione dello spazio urbano.

Poi si è la tavola rotonda sul tema con una nutrita partecipazione di interventi, a partire dal direttore artistico della Mostra Pedro Armocida e Laura Buffoni, (curatori del volume libro Romanzo popolare) e poi Daniele Vicari, Antonietta De Lillo, Stefano Rulli, Nicola Lusuardi, Adriano Aprà, Bruno Torri, Francesco De Pace, Giona A. Nazzaro, Massimo Galimberti, Raffaele Meale, Federico Pedroni, Monica Stambrini e Boris Sollazzo.

Pedro Armocida ha aperto il dibattito sottolineando come il volume e la sezione intendano approfondire il cambiamento dello storytelling nel cinema italiano, a cui è legato anche il cambiamento della fruizione e della scrittura. “Ritengo che oggi sia più opportuno parlare del rapporto tra cinema e racconto, piuttosto che di quello tra cinema e letteratura” ha affermato Laura Buffoni.

Invece il regista Daniele Vicari ha spiegato come “non abbia più senso affrontare questo discorso, essendo ormai già vecchio. Siamo nell’epoca dei formati, ed è su questo piano che si devono concentrare le nostre attenzioni. Nessuno oggi può affermare che il Cinema si fa in un certo modo, perché in realtà si fa in tutti i modi possibili ed immaginabili”.

Antonietta De Lillo è stata d’accordo con il collega, evidenziando come la vera rivoluzione sia la possibilità per una storia di essere declinata su piattaforme diverse e con esiti diversi. Stefano Rulli ha esposto invece le sue perplessità: “Vorrei fare un passo indietro, credo che la questione di genere non si possa risolvere così semplicemente. Con gli anni si è ampliata la divisione tra cinema d’autore e cinema di genere, e solo la serialità è riuscita a rompere questa dualità”.

Sollecitato a descrivere la differenza tra la scrittura seriale e quella cinematografica, Nicola Lusuardi ha rilevato come il discorso sul seriale abbia generato una retorica che rischia di mutare in ideologia.

Nella seconda parte della tavola rotonda, il confronto si è concentrato sui concetti di “popolare” e “storytelling”. Giona A. Nazzaro ha riflettuto sulle diverse modalità con cui oggi si possono fruire i contenuti televisivi. “Sono d’accordo, e aggiungo che cambiando la fruizione cambieranno anche i modi di esprimersi” ha ribattuto Massimo Galimberti. “Io preferisco un bel film tradizionale che un brutto film innovativo o sperimentale” ha dichiarato provocatoriamente Federico Pedroni, affermando come la sua personale scommessa sia quella di arrivare ad un forma di connessione tra popolare e autoriale. “I momenti di maggiore rivoluzione cinematografica sono avvenuti proprio quando il cinema viveva crisi di sistema. Questo è stato possibile perché in questi momenti gli addetti ai lavori sono posti una semplice domanda empirica: Stiamo morendo?” ha concluso Boris Sollazzo.