Una donna trascorre le sue giornate tra le pulizie ripetitive di una lunga scala a chiocciola e il lavoro in una lavanderia grigia. Il palazzo in cui si trova sembra avvolgerla e rinchiuderla, è a un tempo claustrofobico e ampio, ma ergendosi solo in altezza. La continuità di spazio è resa evidente anche all’udito dal sommesso e ipnotico rimbombo che accompagna la visione, provocato unicamente dai movimenti della protagonista e da un gocciolio di sottofondo. È infatti sola e il palazzo è vuoto, se non fosse che tutto ci fa pensare a una presenza che motivi il suo essere affaccendata, a qualcuno o qualcosa che la sottometta: e infatti compaiono come spettri in marcia degli uomini d’affari senza volto che, tutti in completo e immersi nella lettura di quotidiani, scendono dalle scale e, senza accorgersi di lei chinata a spazzolare, passano oltre.

Ma se anche l’immagine è chiusa nel quadrato del formato 1:1, al suo interno la protagonista, pur stanca e abbattuta, è tutt’altro che rassegnata. Da quell’immagine sembra desiderosa di uscire: c’è nell’intensità del suo sguardo l’accenno di una rabbiosa determinazione, di qualcosa che sta per avvenire. E in effetti dal primo istante si percepisce una tensione: tra la minacciosità e il fascino della rappresentazione di gusto espressionistico dell’edificio, tra lo squallore delle pareti scrostate dai colori spenti e il loro senso di intimità. È chiaro che, come ha spiegato la regista Martina Mele in sala al termine della proiezione, “è come se la protagonista vedesse di fronte a sé rappresentata la sua situazione mentale e fisica”; ma si sente in questa situazione qualcosa di vivo e latente, suggerito anche dalla colonna sonora di strumenti classici, principalmente fagotti stabilizzati su suoni bassi. C’è qualcosa di paradossalmente rassicurante, rinfrancante, un’anima che stride con la desolazione che vediamo e che progressivamente emerge.

Ciò che emerge si rivela, grazie all’immagine del corvo chiuso anch’esso in una gabbia, come “rapacità”: prigionia che è già insieme possibilità di liberazione, nella presa di coscienza di questa tensione di forze contrarie. Un racconto che lascia parlare l’immagine e il suono, che fa sentire molte cose insieme, che è femminile e insieme – girato in parte nella “città metafisica” ferrarese di Tresigallo – universale e fuori dal tempo. Con queste parole la regista ha accettato il riconoscimento come “Miglior cortometraggio” all’Edera Film Festival 2025: «Questo corto racconta una fame che diventa un’esigenza, che però si scontra una società, ahimè, indifferente. Credo che l’indifferenza sia un’arma molto potente e anche devastante. Questa fame è appunto una rapacità, un’avidità, il che però diventa un ossimoro: come si può essere avidi di qualcosa che in realtà dovrebbe essere di proprio diritto fin dalla nascita, come la propria libertà? Di questi tempi, purtroppo, non è scontato».

Questa la motivazione della giuria tecnica per il premio assegnato: «In bilico tra lirismo narrativo e denuncia sociale, “Rapacità” immortala, con uno stile elegante e ricercato, la metamorfosi della sua protagonista, magistralmente interpretata da Roberta Da Soller. Lo stile della giovane regista Martina Mele è visivamente ricercato e maturo, quasi “architettonico” nel voler costruire una gabbia non solo metaforica in cui collocare i suoi personaggi. Un film che porta con sé un messaggio di emancipazione e libertà senza bisogno di ricorrere alle parole, oggi fin troppo abusate. Contano i gesti, gli sguardi e soprattutto le azioni che ci portano ad abbandonare le vecchie convenzioni e a spiccare il volo verso la libertà. Un racconto al femminile di rara potenza visiva».