The Return racconta l’epilogo del nostos più celebre della storia della letteratura, il rientro a Itaca di Odisseo dopo la guerra di Troia e il peregrinare tra le sponde del Mediterraneo.

La trama si articola a partire dall’approdo sulle sponde dell’isola natià fino al ricongiungimento dell’eroe con la moglie Penelope: la narrazione temporale dunque corrisponde ai libri dal XIV al XXIII del poema omerico.

Nonostante i personaggi e l’ambientazione siano fedeli al testo originale, sono stati apportati numerosi cambiamenti alla trama e al suo sviluppo, come l’incontro con Laerte e la sua morte, o la diversa sequenza dell’uccisione dei Proci. L’aspetto che però maggiormente allontana la fonte primaria dal prodotto derivato è la totale assenza delle divinità, mai menzionate, così come le creature mitologiche protagoniste dei canti del poema epico.

Questa scelta è, verosimilmente, un tentativo di riportare – per quanto possibile – una storia antichissima alla contemporaneità, tesi avvalorata anche da altri elementi, tra cui la caratterizzazione di Odisseo, non più l’uomo dal multiforme ingegno ma un uomo spezzato dal tempo e dai sensi di colpa. 

L’aspetto più apprezzabile riguarda l’attenzione rivolta alla guerra e alle sue conseguenze psicologiche non solo sui soldati ma anche su chi resta, su chi sopravvive alla tragedia: una riflessione che affonda le sue radici ancora una volta nel mondo classico, si pensi a “Le Troiane” di Euripide ad esempio, viene qui declinata in una chiave più contemporanea, seppur sempre universale.

Le interpretazioni sono tutte di alto livello: Ralph Fiennes è un Odisseo molto diverso da quello letterario ma la sua recitazione – della quale una componente fondamentale è il corpo, colmo di cicatrici – è coerente rispetto alla sceneggiatura, alcune sequenze che lo vedono assoluto protagonista sono tra le più toccanti. Anche le interpretazioni di Juliette Binoche, una Penelope composta, seppur divisa tra amore e rancore, e Angela Molina, la nutrice, sono ineccepibili. Lodevole anche Claudio Santamaria, nei panni di Eumeo.

Altro pregio si riscontra certamente nella realizzazione tecnica del film, mai barocca, sempre attenta all’eleganza formale nelle geometrie e nelle prospettive, oltre che nella resa di una Itaca arida e abbandonata (simile all’animo smarrito di Odisseo); nelle scene all’interno del palazzo reale, inoltre, le inquadrature, spesso caratterizzate da raggi di luce obliqui, sembrano rimandare ai dipinti di Caravaggio.

L’ultima fatica di Uberto Pasolini è un ottimo esempio di come una colonna portante della cultura occidentale possa essere oggetto di infinite interpretazioni, offrendo sempre nuovi spunti di riflessione sulla natura umana.