VENEZIA – Il teatro è un altro mondo. E’ finzione, fantasia, evasione, sogno, dissimulazione e anche quando cerca di rappresentare la realtà lo fa rielaborandola secondo i codici e i mezzi personali dell’autore. Mi chiedo pertanto il senso dell’esclamazione della mia sconosciuta vicina di poltrona che, al termine di Cavalleria rusticana, esclama: «Bella bella bella, una regia proprio vera”, rivolta alla sua amica con cui ha conversato amenamente durante l’intermezzo. Di “vero” nel teatro non c’è mai nulla. La breve stagione verista del melodramma, parente stretta del naturalismo francese, venne messa in discussione dalla critica già pochi anni dopo il debutto e l’ampio successo del lavoro di Mascagni. A guardar bene, Santuzza ne esce male perché, seppur coraggiosa delatrice delle corna di Turiddu, ne è causa della morte. Becca e bastonata, come dice l’adagio.
Proprio dalla fine parte il discorso di Italo Nunziata, regista del nuovo allestimento di Cavalleria rusticana in scena al Teatro La Fenice. Il sipario si apre sul corteo funebre di Turiddu, con Santa costretta a rivivere il lungo flashback del suo amore disperato. Le scene e i costumi degli allievi della Scuola di scenografia e costume dell’Accademia di Belle Arti di Venezia ambientano la vicenda nel secondo dopoguerra, in quello che potrebbe essere un qualsiasi paesino, definirlo rurale sarebbe azzardato in quanto non c’è segno alcuno di attività produttive. Manca il sole rovente nel light design di Fabio Barettin, ma c’è la Sicilia patinata stile Dolce & Gabbana nella superflua vestizione a festa dei mimi e la Malena di Tornatore nella Lola nerovestita, nelle coppole e negli scialli di routine. C’è la ritualità della processione pasquale col Cristo ancora velato di viola – ma la Velatio crucis termina al venerdì santo e non al giorno della Resurrezione. Tutto rimane nel solco di una rassicurante tradizione, anche nei gesti di Santuzza che si rifanno al cinema muto dell’epoca. Eppure, da un titolo che procede per palesi archetipi e dicotomie si poteva osare di più.
Sul piano musicale, la direzione di Donato Renzetti più che l’aspetto intimista predilige il bozzetto popolare, con le trombe che rievocano le processioni del Venerdì santo e volumi che a tratti coprono gli interpreti.
La compagnia di canto non si lascia prendere dai classici espedienti veristi e si distingue per una piacevole compattezza vocale. Seppur in partitura Mascagni abbia previsto un soprano, di tipo drammatico a tessitura piuttosto bassa, è stato scelto di affidare il ruolo di Santuzza a un mezzosoprano, secondo la prassi che vi ha visto cimentarsi Giulietta Simionato, Elena Nicolai, Regina Resnik e Fiorenza Cossotto solo per citarne alcuni. Silvia Beltrami è Santuzza che si fa apprezzare per la linea di canto omogenea, convincente in acuto e ricca di colori, utilissimi per far risaltare la complessità del ruolo. Martina Belli è Lola ammaliante, sensuale nel canto e nel gesto, una pericolosa sirena. Jean-François Borras è Turiddu dal bel timbro brunito, a suo agio in tutta la tessitura. Dalibor Jenis è Alfio villain, stentoreo e padrone di una vocalità potente e generosa. Ben risolta la Lucia di Anna Malavasi.
Bene il coro, preparato da Afonso Caiani.
Successo pieno per tutti alla recita del 29 agosto 2023.
Luca Benvenuti






