“vspr” e “Asobu”, aprono il Festival Vie all’insegna della danza

Per “vspr”, lo spettacolo che ha aperto il Festival Vie al Teatro Comunale di Modena, Platel si è ispirato a una musica sublime, il “Vespro della Beata Vergine”, composto nel 1610 da Claudio Monteverdi. La partitura musicale è stata però “rilavorata” dal compositore e sassofonista Fabrizio Cassol con innesti di jazz e musica zingara: in scena al suo gruppo Aka Moon si aggiungono infatti due violini tzigani e l’Ensemble di musica antica Oltremontano (due fisarmoniche e due corni), diretto da Wim Becu.

Dieci danzatori molto diversi fra loro per provenienza, stile e presenza fisica, irrompono sulla scena da una sorta di gigantesco iceberg fatto di stracci, che fa rassomigliare i musicisti all’orchestrina del Titanic. Platel non ha in alcun modo tentato di armonizzare i danzatori attraverso la coreografia, ma anzi, come nei suoi precedenti spettacoli, ha incoraggiato l’emergere della personalità di ciascuno, dando largo spazio all’improvvisazione. Il punto di partenza del lavoro è stata la visione di alcuni filmati della fine dell’Ottocento con cui, secondo una prassi medica assai diffusa all’epoca, lo psichiatra Arthur Van Gehucthen documentava le crisi isteriche dei suoi pazienti.

I documenti sono stati confrontati con i riti di trance e possessione girati dall’antropologo Jean Rouche in Africa occidentale negli anni Cinquanta: ogni danzatore ha quindi incarnato una propria versione dell’isteria e del trance. Il risultato è un’esplosione solo apparentemente caotica di energia, a tratti dolorosa, a tratti ironica, che non parla per metafore ma attraverso il linguaggio diretto e talvolta crudo del corpo: un corpo che più che danzare si agita come in preda a convulsioni, e talvolta si contorce fino quasi a deformarsi. Su tutti domina la voce di Cristina Zavalloni, interprete eclettica e ben conosciuta dagli appassionati di jazz, qui perfettamente a suo agio nel ruolo di soprano, che si muove tra i musicisti e i danzatori come una presenza consolatoria e inavvertita.

Insignito nel 2001 del Premio Europa per le nuove realtà teatrali, Alain Platel appartiene a una generazione di coreografi fiamminghi (Wim Vandekeybus, Anne Teresa de Keersmaeker, Jan Fabre, solo per fare i nomi più noti) che nel corso degli anni Novanta hanno decostruito e rinnovato radicalmente la danza contemporanea. Avvicinatosi al teatro e alla danza da dilettante, parallelamente a studi di pedagogia, nel 1984 Platel fonda a Gand, sua città natale, Les Ballets C. de la B. (ovvero Ballets Contemporaines de la Bélgique nome che richiama ironicamente gli storici Ballets Russes). Tra il 1993 e il 2001 mette in scena tre spettacoli nel solco del teatro-danza (“Bonjour Madame”, “La tristezza complice” e “Iets op Bach”), in ognuno dei quali utilizza le musiche di un compositore barocco (rispettivamente Haendel, Purcell, Bach), sempre eseguite dal vivo. Contemporaneamente, collabora con il drammaturgo Arne Sierens, con cui crea “Moeder en Kind, Bernadetje” e “Allemaal Indiana”, spettacoli ambientati negli squallidi non-luoghi delle periferie fiamminghe (un luna park, un condominio…), che si fondano essenzialmente sul lavoro di improvvisazione con gli attori-danzatori, spesso non professionisti: tra questi, bambini e adolescenti che Platel predilige per il loro approccio spontaneo e libero alla scena. Dopo una pausa creativa di quasi due anni, nel 2003 Platel torna con “Wolf”, spettacolo su musiche di Mozart ambientato in un centro commerciale, che vede in scena, accanto ai danzatori, quattordici cani.

Di tutt’altro tenore “Asobu”, l’ultima creazione del coreografo di origine ungherese – ma da anni residente in Francia – Josef Nadj, già l’anno scorso ospite del festival modenese con “Last landscape”. Ispirato alle opere del poeta e pittore Henri Michaux, e in particolare al resoconto di un viaggio – reale e metaforico- in Giappone, “Asobu”, che in giapponese significa “gioco”, si presenta davvero come un gioco di incastri in cui i sedici interpreti – tra cui quattro danzatori di Butoh – danno prova di grande abilità tecnica e virtuosismo. Curatissimi i costumi, la scenografia e le coreografie, in cui momenti corali si alternano agli assoli e ai duetti. L’insieme appare però troppo perfetto, mentre il rigore formale se da un lato risulta a tratti freddo, dall’altro non riesce a operare una sintesi del tutto convincente dei numerosi elementi di cui lo spettacolo si compone.