“Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani

Giulio Cesare a Rebibbia

Concorso
Se è vero che esiste anche una funzione sociale dell’arte, questo film ne è la prova. Tecnicamente è un lavoro geniale su un capolavoro. Socialmente è una frustata che desta la coscienza dello spettatore, tra dolore e ammirazione.

Il film si svolge dentro al carcere di massima sicurezza di Rebibbia, nella Roma dei giorni nostri, ma racconta di un’altra Roma, quella del Giulio Cesare di Shakespeare, spettacolo messo in scena dal laboratorio teatrale diretto da Fabio Cavalli con solamente attori detenuti, tutti presentati nel prologo e tutti in carcere per reati gravi e gravissimi, con pene lunghe, molti con l’ergastolo.

Il film dei Taviani documenta le prove generali di questo spettacolo, che sarà poi messo presentato al pubblico “normale” cioè libero, per il quale si apriranno appositamente le porte del carcere. Ma nel frammezzo delle prove ci sono episodi di straniamento quasi brechtiano, dove i protagonisti, ossia i detenuti, interrompono la recitazione e fanno le loro considerazioni, parlano di sé, riflettono: “Roma città senza vergogna” ed è subito un correre di sguardi di muto ma esplicito commento; “Mi pare che ‘sto Shakespeare sia vissuto tra le vie della mia città”, commenta un altro detenuto.

Un Giulio Cesare sostanzialmente fedele al testo, anche se interpretato e recitato, come vuole il regista, “ognuno nel proprio dialetto”. Ed è così che a volte gli attori diventano tutt’uno con i personaggi, ne provano i sentimenti, ne sentono il dolore e la recitazione si confonde con la realtà, diventando parte della vita. La finzione sembra rispecchiare l’alterità di quel luogo dove sono ribaltati i consueti concetti di spazio (essendo esso ristretto) e di tempo (essendo esso dilatato, spesso fino all’infinito). Sensazioni che il film trasmette potentemente allo spettatore che, come accadeva nell’antica tragedia greca, è talmente coinvolto che, pur conoscendo la trama, desidera vedere questa nuova messa in scena.

Nel caso di questo film, benché noi spettatori non vediamo l’opera per intero, riusciamo tuttavia, attraverso la visione pur frammentata delle prove, ad avere il senso di una recitazione di alto livello, di profonda intensità, di partecipata emotività, pure nella estrema povertà dei mezzi scenografici. E soprattutto capiamo, senza bisogno di alcuna retorica, quello che forse molti nemmeno lontanamente immaginano: ossia di come una attività in carcere riesca a dare un significato di civiltà e di riabilitazione alla pena. Fa male pensare al cammino tortuoso che devono aver compiuto queste persone per arrivare ad avere una seconda possibilità nella vita. O per avere comunque una possibilità.

Il film si chiude come un cerchio, allo stesso modo in cui si apre, con le immagini del suicidio di Bruto e il pubblico che applaude entusiasta. E poi con gli attori che ritornano ed essere carcerati e rientrano nelle loro celle. Come un sigillo, una frase di uno di loro: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”.

Titolo originale: Cesare deve morire
Nazione: Italia
Anno: 2012
Genere: Documentario
Durata: 76′
Regia: Paolo Taviani, Vittorio Taviani

Cast: Cosimo Rega, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca
Produzione: Kaos Cinematografica, Rai Cinema
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Data di uscita: Berlino 2012
02 Marzo 2012 (cinema)