“Elektra” di Hugo von Hofmannsthal

La pazzia umana dirige uno straziante dramma familiare

Si apre il sipario del Teatro Verdi sull’ Elektra di Carmelo Rifici.
Il purpureo protagonista è già in scena. Cementato dal tempo. Sfregato dall’ angoscia di coloro che abitano l’oscuro tempio del sacrificio (un’eccezionale scenografia praticabile realizzata da Guido Buganza).
E’ il sangue. Sangue di vittime innocenti scarnificate come dono agli dei. Sangue di braccia, di mani e di piedi torturati dal lavoro. Sangue di un rè, Agamennone, un tempo signore di quel cupo palazzo.

La tragedia, che Hugo von Hofmannsthal ricava dall’omonima drammaturgia di Sofocle, comincia.
Frasi deliranti colpiscono lo spettatore come frecce avvelenate: è la storia di Elettra e della sua famiglia dannata.
Un’ esistenza di privazioni e di vergogna riservata alle giovani eredi Elettra (un’ ottima Elisabetta Pozzi) e Crisotemide (Marta Richeldi) da una madre spietata (Mariangela Granelli).
Il punto di non ritorno è stato raggiunto.
Stanca di subire Elettra vuole agire. Tramutare l’odio che la divora in coraggio per vendicare l’assassinio del padre con la vita di Clitemnestra, sua sposa, che lo ha tradito per usurparne il trono con l’amante Egisto.
Disperata invoca l’aiuto di Oreste (Massimo Nicolini), il fratello esiliato in tenera età, per compiere il matricidio.
Un vortice di dolore si abbatterà sulla reggia lasciando alle sue spalle desolazione e silenzio.

Un dramma straziante, tutto al femminile quello scelto dalla giovane e lodevole regia di Rifici, continuatore ideale della tradizione ronconiana, che relega agli uomini ruoli accessori togliendo loro potenza e virilità per ridistribuirla tra le donne protagoniste.
Se infatti immaginiamo la prosa di Rifici mutata in melodramma, come tra l’altro aveva già pensato Richard Strauss, l’ Elettra di Elisabetta Pozzi sarebbe, a dispetto del sesso, un tenore. Colpisce sul palcoscenico, infatti, la sua forza e la sua caparbietà. Il timbro duro che imprime alla recitazione e alle sue strazianti parole.
La madre, dittatrice ingiusta, altro non potrebbe essere che un oscuro basso e le serve alienate un coro di inermi voci bianche.
Personaggi tormentati, deformati dal rancore che si muovono in un mondo claustrofobico dove i destini si capovolgono e la giustizia fa capolino nell’epilogo, ma dove comunque a regnare è la pazzia umana.

Elektra
autore Hugo von Hofmannsthal – traduzione di Carmelo Rifici – scene Guido Buganza – costumi Margherita Baldoni – musiche Daniele D’Angelo – luci Giovanni Raggi – aiuto regista Agostino Riola – movimenti coreografici Alessio Romano – regia Carmelo Rifici

con: Elisabetta Pozzi: Elettra e con (in ordine alfabetico) Alberto Fasoli: Egisto ; Mariangela Granelli: Clitennestra ; Massimo Nicolini: Oreste ; Marta Richeldi: Crisotemide
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