Settimana della Critica
Raša è una ragazza sveglia e intraprendente: lavora in una fabbrica di confezionamento di ortaggi, esce regolarmente a divertirsi con gli amici e il suo stipendio serve a mantenere il padre, impossibilitato al lavoro da problemi alla schiena. Raša è una musulmana di origini balcaniche che vive in una cittadina di provincia della Svezia. Quando l’azienda annuncia di voler licenziare degli impiegati a causa della crisi, intuisce che il suo nome potrebbe essere tra i primi della lista, nonostante le sue doti lavorative siano chiare e apprezzate da tutti, perfino dai dirigenti.
Purtroppo la sua paura si rivela fondata. Comincia così per lei un percorso molto civile nell’altrettanto civile Svezia per cui viene inserita, assieme agli altri dipendenti licenziati, in un gruppo di collocamento che vuole addestrarli alla ricerca di un altro lavoro, con slogan quali “non lasciatevi sfuggire questa opportunità” o ” la vostra vita comincia ora”. Raša partecipa con l’entusiasmo e l’esuberanza che la contraddistinguono ma scopre che basta il suo cognome, così evidentemente non-svedese, a farle perdere dei colloqui di lavoro. Dopo una ricerca infruttuosa, scopre che la sua unica possibilità è trasferirsi un una città più grande, un passo che è restia a compiere per non lasciare da solo il padre. Può davvero andarsene e cercare di costruirsi una vita che non sia solamente “mangiare, dormire, morire”? Ma soprattutto, ne ha il diritto, lei, straniera in terra straniera?
La regista, Gabriela Pichler, di origini bosniache ma nata in Svezia, afferma di aver voluto raccontare la storia delle persone che ha sempre amato ma delle quali si vergognava di fare parte. Raša e suo padre, come lei, non si sentono affatto stranieri: non si sentono immigrati, ma parte della società svedese; lo si vede nell’interazione di Rasa con gli amici, che non si sono nemmeno mai resi conto che lei fosse musulmana, ovvero “diversa”; lo si capisce mentre parla con disprezzo degli iracheni, che l’azienda avrebbe dovuto mettere al primo posto nell’elenco dei licenziandi; lo si sente nelle parole che il padre indirizza ad un uomo di colore durante un litigio, “immigrato di merda”. È con sorpresa quindi che Raša scopre che, al di fuori del suo piccolo mondo, non viene vista come una cittadina svedese, ma come un’ “altra” e capisce che il trovare un nuovo lavoro non sarà altrettanto semplice per lei come potrà esserlo per gli altri colleghi licenziati.
Nermina Lucač, studentessa di Pedagogia e alla sua prima prova attoriale, esplode sullo schermo come la musica dei titoli di testa, con tutta la sua audacia, temerarietà e combattività, ma anche con il suo affetto e la sua compassione (straordinarie le scene che la ritraggono con il padre, in un rapporto di profondo amore e comprensione, allegria e complicità); la sua è una presenza magnetica che sostiene quasi l’intero film sulle sue spalle. Un buon esordio al lungomentraggio da parte della Pichler che mira a mostrare un lato nascosto dell’identità nazionale svedese e che non chiude le porte alla speranza.
Äta sova dö di Gabriela Pichler
Paese: Svezia
Anno: 2012
Interpreti: Nermina Lukač (Raša), Milan Dragišić (il padre), Jonathan Lampinen (Nicki), Peter Fält (Peter), Ružica Pichler (Rosi)
Produzione:Anagram
Coproduzione: Film I Skåne, Sveriges Television, Film I Väst
Distribuzione internazionale: The Yellow Affair
Durata: 103 min






