Vincenzo Salemme torna in teatro con “Astice al Veleno”

Doppio tour per questo titolo, che è la "copia" di se stesso

Vincenzo Salemme è Vincenzo Salemme. Può non piacere il suo stile o non riscontrare simpatia (i gusti personali, per carità, non si discutono!), ma non si può negare che sia una bravo attore. Uno che scrive dei testi di un certo livello e non si limita ai monologhi sui luoghi comuni, che mette in piedi un vero spettacolo corale e non si pone sempre prepotentemente al centro di un cono di luce, che sa ancora usare tutto il corpo e non lascia le braccia penzoloni o aperte a preghiera, che non vive di rendita solo e soltanto sulla napoletanità (sì, ogni riferimento a fatti e cose che riguardino Alessandro Siani è puramente intenzionale). Perciò non meraviglia che ogni suo spettacolo riempia i teatri, e che qualche tournée venga addirittura bissata.

È quel che è successo con lo spettacolo Astice al Veleno , che dopo aver furoreggiato tutta la scorsa stagione sui palcoscenici d’Italia, è di nuovo protagonista di molti cartelloni 2011/2012. Una buona occasione, dunque, per chi non aveva ancora avuto modo di “assaporare” quest’astice dal vivo. Ma purtroppo, con non poco dispiacere, il gusto provato aveva un che di conosciuto, un po’ troppo di “già sentito”: una giovane attrice, Barbara Gargiulo, è costretta a vivere rinchiusa in un teatro perché l’uomo del quale è innamorata, Matteo Dei Martiri, regista e proprietario del teatro (e soprattutto già sposato), la mantiene con i soldi della moglie promettendole un debutto e una vita insieme che non arriveranno mai. Decide quindi di invitarlo a cena la sera prima della Vigilia di Natale, e di avvelenare il vino che accompagnerà la portata principale, un costoso astice: il suo piano è lasciare una lettera in cui confessa tutta la disperazione che l’ha portata a compiere quel gesto.
-Gustavo (Salemme) che lavora come Babbo Natale – pony express, deve recapitare un pacco al teatro dove lavora Barbara proprio la sera del “piano omicida – suicida” e per una serie di equivoci, spinto dalle anime delle statue del teatro, che solo lui e Barbara possono vedere e sentire, finisce col bere lui il vino avvelenato insieme alla ragazza. Ma Barbara ha sbagliato le dosi: i due non muoiono, e passano invece la notte insieme. Lei resterà incinta di Gustavo e troverà il coraggio di lasciare Matteo. Ma tutta la storia è accaduta realmente? Lo scoprirà solo chi resterà in platea fino alla fine.

Prestando attenzione, per chi conosca la produzione salemmiana, lo scheletro alla base della rappresentazione appare subito lo stesso della sceneggiatura del suo film Ho visto le stelle , del 2003, con Alena Seredova nella parte di una ballerina, e Claudio Amendola in quelli dell’amante cattivo. I dialoghi sono completamente diversi, non c’è la costruzione del “finto reality” dal quale partiva la trama, ma l’idea è la medesima, anche se rimaneggiata. Addirittura Salemme, verso la fine della pièce, inserisce una canzone scritta da lui e presente nella colonna sonora proprio di quel film, ‘E femmene . Due indizi fanno una prova. Adesso c’è la curiosità di sapere quale sia stato scritto per primo: l’adattamento cinematografico o teatrale?

Di per sé, lo spettacolo è di ottimo livello, divertente, ma le aspettative di chi attendeva fremente qualcosa di completamente originale sono rimaste deluse. Così come deludente è l’interpretazione della protagonista femminile, Benedetta Valanzano. Sarà che quando grida supera la soglia della buona percezione dei suoni e diventa fastidiosamente stridula, sarà che non regge il confronto con Salemme, non riesce a scatenare buoni sentimenti di immedesimazione. Puramente estetica è poi la funzione di Maurizio Aiello nel ruolo di Matteo, il doppiogiochista: bel ragazzo, decorativo. Ma la recitazione è un’altra cosa.

I ‘pezzi forti’ della rappresentazione sono le statue, o meglio, le loro anime, con le quali la ragazza parla nei momenti di solitudine. Impersonano quattro personaggi tipici del teatro napoletano: la lavandaia (Chiara De Vita), lo scugnizzo (Antonio Guerriero), il poeta (Giovanni Ribò) e il “munaciello” (Nicola Acunzo). Questi attori riescono a caratterizzare bene il loro ruolo (esilaranti sono specialmente le gag con il piccolo monaco, dallo spiccato accento calabrese) e danno quell’aria di novità che mancava nelle prime battute della storia. Altrettanto buona è l’interpretazione di Domenico Aria nei panni del factotum gay-ma-ancora-non-vuole-ammetterlo Angelo Vicedomini. Insomma, siamo in presenza di una bella compagnia di eduardiana memoria.
-Salemme si ritaglia anche un momento di colloquio con il pubblico, rompendo la quarta parete, e di riflessione monologata extra-trama, che a dirla tutta spezzano un po’ il ritmo e la magia, ma non sono spiacevoli da seguire.

Siamo tutti pronti ad applaudire ancora il talento di questo grande attore napoletano, che scrive e dirige praticamente da solo tutti i suoi testi. Ma la prossima volta, vorremmo assaggiare un piatto completamente nuovo e originale: come tutte le portate che prevedono freschezza, l’astice, riscaldato, sa di poco.

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