Tra i primi film a rappresentare le Giornate degli autori alla 74° Mostra del Cinema di Venezia troviamo Longing di Savi Gabizon, il suo quarto lungometraggio.

Ariel è un ricco industriale che all’improvviso riceve una chiamata della sua fidanzata ai tempi dell’università, vent’anni prima. Lei gli confessa non solo che quando i due si lasciarono lei era incinta, ma che il loro figlio è morto diciannovenne in un incidente.

Longing è un’opera sul lutto e sul ricordo, che sfrutta una gestione dei tempi dilatata per cullare lo spettatore all’interno della vita passata di un figlio e di un padre che però non si sono mai conosciuti. Più a fondo Ariel scava nella vita del figlio, e più il suo ritratto immaginario ed estemporaneo prima cresce e poi esplode. Con un cinismo raro per la tipologia del film scopriamo, seguendo Ariel nella sua piccola odissea personale, i vari peccati del figlio Yael. Dotato di un grande estro poetico ma ossessionato dalla sua insegnante al punto da essere denunciato per stalking, creativo e indipendente ma capace di cacciarsi in un affare di droga, amante della vita e comunque in grado di violentare una ragazzina per tre anni.

Il padre ripercorre la strada percorsa da Yael in tutti i punti più importanti, in un raffinato gioco di intrecci in modo che dall’incontro con un personaggio scaturiscano dubbi e soluzioni per altri incontri, in un ciclo quasi matematico. La forza emotiva di Ariel è espressa dal senso di colpa ipocrita che lo anima per tutta la durata del film: si sente male per non aver conosciuto il figlio e lo vuole recuperare a tutti costi, anche con arroganza patriarcale. Lui è il genitore, lui è quello che lo conosce meglio per forza, fino a perdere di vista il piano del reale e a illudersi di averlo conosciuto davvero. Ma non è tanto nei momenti in cui ne svela la qualità, quanto in quelli dove scopre le malefatte del figlio a percepire un sincero amore paterno verso la figura di Yael. Il culmine di questo tentativo grottesco di riportare le responsabilità su di sé combacia con il “matrimonio in contumacia”, una bislacca cerimonia con cui vengono unite due persone morte.

La cosa diventa quasi paradossale (lui e l’ex-fidanzata Runit litigano con gli altri genitori, cioè quelli della sposa morta suicida, ad esempio) ma ben presto si costituisce come una variazione malinconica di un funerale per celebrare la vita di quelli che restano e il modo di affrontare le perdite di ognuno di loro. Con una capacità registica pronta a prendersi i sui tempi e a lasciare spazio all’interpretazione di Shai Avivi, che sorregge con la propria statura attoriale ogni singolo piano-sequenza a camera fissa del film (e non sono pochi) Longing è un’opera ben costruita che narra una gestione del lutto fuori dall’ordinario nella messa in scena ma perfettamente attuale per come si pone empaticamente nei confronti dello spettatore. Non certo un fulmine a ciel sereno, ma di un’opera realizzata con cura geometrica che riesce a colpire.